Omicidio di Sharon, condanna all’ergastolo per Moussa Sangare

TERNO D’ISOLA. Il nuovo difensore presenta una memoria contestando i punti deboli dell’inchiesta: «Il Dna? Frutto di contaminazione». Il pm: l’imputato è un narciso che ha sacrificato una vita umana per soddisfare l’ego.

Moussa Sangare rimane impassibile quando gli piove addosso la parola «ergastolo», lui che pure in questo processo aveva abituato a reazioni plateali per molto meno. Le emozioni arrivano dagli ultimi banchi e sono i singhiozzi e le lacrime che rigano i volti della famiglia di Sharon Verzeni: la mamma Maria Teresa, il papà Bruno, i fratelli Melody e Christopher, il fidanzato Sergio Ruocco, gli zii, gente che aveva finora deglutito il dolore in silenzio. La loro resta comunque afflizione composta, senza alcuna concessione all’esultanza per una sentenza che è pesante come un macigno e arriva alle 17,45 di mercoledì 25 febbraio, dopo più di 5 ore di camera di consiglio. «Riteniamo che la pena decisa dalla Corte sia quella prevista dalla legge», è il messaggio che legge la sorella fuori dal tribunale.

«L’unica sua colpa è quella di aver incontrato l’assassino», ha chiosato il legale di parte civile Luigi Scudieri

Cala un sole primaverile sulla città di Bergamo e scende il momentaneo (la difesa ha già annunciato il ricorso in Appello) sipario su una vicenda che nel 2024 s’era trasformata prima in psicosi e giallo dell’estate e poi in sollievo collettivo con l’arresto di Sangare, 30enne nato a Milano da genitori maliani, che la sera del 30 luglio aveva lasciato l’abitazione a Suisio per

seguire un’onda emotiva capace di spingerlo a uccidere e di condurlo fino al centro di Terno d’Isola. Chi colpire? Nessuno in particolare, uno tra coloro che gli avrebbe tagliato la strada nel suo vagabondaggio omicida. E toccò purtroppo alla povera Sharon, barista di 33 anni, in quel momento impegnata in una passeggiata in ore notturne per sfuggire all’afa pomeridiana. «L’unica sua colpa è quella di aver incontrato l’assassino», ha chiosato ieri il legale di parte civile Luigi Scudieri (893mila euro il totale del risarcimento provvisionale stabilito per i familiari). Ci poteva essere chiunque al suo posto, ecco perché da semplice delitto di provincia questo caso era diventato ansia nazionale; ecco perché ieri l’aula era zeppa di giornalisti e telecamere.

Quella notte Sangare prima le chiede scusa per quello che sta facendo, poi le sferra 5 coltellate. Sharon, con tono di sorpresa misto a supplica, domanda perché, ma quell’altro è già un’ombra in fuga sulla sua mountain bike. Ricomparirà in manette un mese più tardi, in seguito al grande lavoro dei carabinieri del nucleo investigativo di Bergamo, ieri presenti in massa in aula e abbracciati a lungo da Ruocco, papà Bruno e mamma Maria Teresa al termine del processo.

L’udienzadavanti alla Corte d’assise era dedicata alle repliche delle parti, ma la mattinata s’è presto spalancata su una discussione-bis, con tempistiche da vere e proprie requisitorie e arringhe. Questo perché, dopo aver ricusato in corso d’opera l’avvocato Giacomo Maj, l’imputato ha nominato un nuovo legale, Tiziana Bacicca, che ha dato una sterzata alla linea difensiva con una memoria, parzialmente illustrata in aula, in cui si mettono in evidenza quelli che per la difesa sono i punti deboli dell’indagine. «Non possiamo accontentarci della confessione (resa dopo l’arresto e ritrattata a processo, ndr) di un soggetto con disturbi certificati – ha osservato il difensore –. I processi vanno fatti anche sui dati oggettivi». Che, per la legale, sarebbero carenti. A cominciare dal Dna. Possibile, ha sostenuto l’avvocato Bacicca, che ci sia una sola traccia genetica repertata (sangue misto di Sharon e dell’imputato sulla canna della mountain bike)?

Il pm Emanuele Marchisio, smontando il documento prodotto dalla difesa, poco prima aveva affermato che se il coltello usato per uccidere era stato sotterrato vicino all’Adda e gli abiti gettati nel fiume, è plausibile che il materiale biologico sia stato cancellato dagli agenti atmosferici. «Tanto che neppure sugli abiti di Sangare c’erano sue tracce genetiche», ha rimarcato. «Ma anche la bicicletta sarà rimasta sotto l’acqua, eppure è stato repertato Dna – ha obiettato Bacicca –. Vuol dire che ci è arrivato lì successivamente». Come? La legale ha ipotizzato una contaminazione durante le analisi. «Ma se fosse andata così – ha replicato Marchisio – non avremmo trovato il Dna di Sharon, perché i reperti della vittima sono stati lavorati dal Ris un mese prima. Avremmo trovato tracce genetiche di qualcun altro, profili che venivano analizzati nello stesso periodo in cui si trattavano i reperti sequestrati a Sangare. Si può credere alla contaminazione così come qualcuno crede agli alieni, ma in un processo si devono fornire elementi concreti per sostenerlo. La probabilità che la traccia genetica repertata sulla bicicletta sia un misto di Dna della vittima e di Sangare è di 10mila miliardi di volte più probabile rispetto ad altre combinazioni. Ed è una prova perché Sharon e Sangare non si erano mai incontrati prima. Anche se questo processo, viste le molte evidenze emerse a carico dell’imputato, si sarebbe potuto celebrare anche senza il Dna».

Il pm, che ieri era supportato dal procuratore aggiunto Maria Cristina Rota seduto a fianco, ha poi bollato ironicamente come «chicca» il movente del protagonismo avanzato dalla difesa: «Avrebbe confessato per assurgere agli onori della cronaca? Ma se Sangare in quel mese non ha fatto altro che nascondersi dai carabinieri?! Un mitomane comunque ce l’avevamo: il sosia di Johnny Depp, venuto da noi dicendo di avere informazioni preziose per poi confessare che l’aveva fatto solo per farsi fotografare dai giornali».

«Abbiamo sperato fino all’ultimo che l’imputato riconoscesse il suo efferato delitto, ma purtroppo non è accaduto. Auspichiamo che il tempo concesso possa almeno fargli accettare il male che ha commesso», è un passaggio della nota letta dalla sorella di Sharon, Melody, fuori dal tribunale.

«La sentenza non può essere figlia del clamore, non si deve trovare un colpevole a ogni costo», aveva rilevato Bacicca prima di chiedere l’assoluzione per il suo assistito. Marchisio ha invece ribadito la richiesta di ergastolo (pena motivata dalle aggravati dei futili motivi e della premeditazione) per «un narciso che decide di sacrificare una vita umana per soddisfare il proprio ego» e che poi a processo si distingue per «sfacciataggine», «strafottenza», «prendendo in giro la Corte e gestendo il processo come se fosse uno spettacolo». «Uno che, pur avendo composto una canzone intitolata “Scusa”, non è mai riuscito a chiedere perdono alla famiglia di Sharon».

«Abbiamo sperato fino all’ultimo che l’imputato riconoscesse il suo efferato delitto, ma purtroppo non è accaduto. Auspichiamo che il tempo concesso possa almeno fargli accettare il male che ha commesso», è un passaggio della nota letta dalla sorella di Sharon, Melody, fuori dal tribunale. Che si conclude così: «Un’ultima cosa la diciamo a Sharon: sarai sempre nei nostri cuori , sappiamo che sei con noi tutti i giorni». Quando finisce di leggerla tra le lacrime, Sangare e il suo improvviso mutismo stanno già tornando verso San Vittore.

© RIPRODUZIONE RISERVATA