Supermercati aperti di domenica, c’è chi torna a dire no. «Ma non si cambia»

IL DIBATTITO. I sindacati e i piccoli negozi: «Si rifletta». Federdistribuzione: «È un servizio e genera occupazione».

Il supermercato, la domenica e nei festivi, è meglio che resti chiuso? La domanda e il tema sono ricorrenti, specie da quando, nel 2011, il decreto Salva Italia del governo Monti liberalizzò le aperture della Gdo (grande distribuzione organizzata). Ma hanno trovato una nuova attualità da quando, a inizio gennaio, il presidente di Ancc-Coop Ernesto Dalle Rive lo ha rilanciato chiedendo una «riflessione da condividere con il sistema della Gdo»: alle ragioni classiche di chi, sindacati e piccolo commercio in testa, chiede la chiusura domenicale, e cioè la tutela dei negozi di prossimità e della qualità di vita dei dipendenti, ora si aggiunge, come ha fatto notare Dalle Rive, un panorama davvero «freddo» dei consumi. Per di più aggravato dall’incidenza del costo del lavoro, visto che la maggiorazione domenicale della paga vale almeno il 30%. Meglio chiudere, dice la Coop, primo soggetto della Gdo ad avanzare una proposta in tal senso.

Confesercenti e sindacati

L’idea non sembra però attecchire nella Bergamasca, dove, rileva Antonio Terzi, presidente di Confesercenti Bergamo, «l’iper-liberalizzazione selvaggia si è tradotta in una serie di aperture indiscriminate non solo di grandi ma anche di medie superfici, con danno evidente al commercio di prossimità». E questo secondo le logiche, continua Terzi, «di una concorrenza esasperata ma inefficace, come del resto dimostrano i dati dell’inflazione per i generi alimentari sotto la lente dell’Antitrust. Tuttavia – conclude sconfortato – non vedo cambiamenti legislativi all’orizzonte». Lo stesso pessimismo ispira Nicholas Pezzé (Filcams Cgil Bergamo): «Non vedo un panorama culturalmente pronto a fare un passo indietro», ammette, «noi crediamo che il lavoro domenicale non rappresenti totalmente un valore aggiunto, ma per la maggior parte delle aziende con cui parliamo, la domenica è considerata se non il primo, il secondo giorno come ricavi. Le aziende però non guardano il rovescio della medaglia: il benessere del lavoratore. La maggiorazione dello stipendio non ripaga il sacrificio di non stare in famiglia».

Vero che le aziende ci dicono che il fatturato domenicale per loro è molto importante, ma è la domanda che ha generato l’offerta o viceversa?

Pezzé guarda con interesse alle posizioni del mondo cattolico: «Non si è ancora del tutto perso il concetto che la domenica è un giorno di riposo importante. Però lo stiamo perdendo e il rischio è che le prossime generazioni diano per scontato che il modello economico del commercio sia basato su 7 giorni su 7». Sulle stessa linea gli altri sindacati territoriali di categoria. Per Guido Fratta (Fisascat Cisl), «occorrerebbe una rieducazione agli acquisti dell’utenza. Le liberalizzazioni impattano sulla vita dei lavoratori. Una corretta turnazione domenicale sta diventando sempre più problematica anche nella Gdo, dove cresce l’insoddisfazione dei dipendenti, molto attenti alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro e sempre meno sensibili alla maggiorazione della paga. Vero che le aziende ci dicono che il fatturato domenicale per loro è molto importante, ma è la domanda che ha generato l’offerta o viceversa? Perché se prima le domeniche aperte non c’erano e la gente si adattava, non si capisce perché non si possa tornare alla situazione precedente. Non credo che uno muoia se non fa la spesa la domenica».

Anita Cenolli, della Uiltucs, aggiunge altri aspetti: «La chiusura domenicale contribuirebbe a ridurre una disparità strutturale che si è creata nel tempo: nei punti vendita convivono lavoratori con contratti diversi, alcuni dei quali non prevedono l’obbligo della prestazione domenicale, generando diseguaglianze e tensioni». Dal punto di vista economico, «è ormai evidente che le aperture domenicali non hanno prodotto un reale aumento dei consumi né benefici concreti per le aziende. Le retribuzioni sono rimaste invariate, mentre i costi di gestione sono aumentati. La spesa delle famiglie, in un contesto di inflazione elevata, non cresce in funzione dei giorni di apertura: si distribuisce semplicemente in modo diverso».

Federdistribuzione contraria

Insomma, ne vale la pena? Federdistribuzione, che rappresenta le maggiori catene della Gdo, è, da sempre, dall’altra parte della barricata, e risponde di sì. Ne è presidente il bergamasco (di Borgo Santa Caterina) Carlo Alberto Buttarelli: «Noi facciamo – dice - una valutazione anche in base a come è cambiata la società: la spesa alla domenica è diventata una consuetudine e corrisponde anche alla nuova struttura delle famiglie, per oltre il 36% monocomponenti. E normalmente le famiglie con meno componenti sono quelle che hanno più necessità di servizio. Da questo punto di vista non possiamo fare una scelta miope. Vero che i consumi sono in un momento particolarmente debole, ma vanno sostenuti anche attraverso politiche più generali. La soluzione non è comunque quella di chiudere i negozi: significherebbe mandare a casa, a livello nazionale, più di 30mila persone, che sarebbero in esubero».

«Serve una corretta turnazione»

Non parliamo poi, aggiunge Buttarelli, del non food, cioè i classici centri commerciali: «Nel 2025 il dato medio degli incassi domenicali degli oltre 1.200 centri commerciali in Italia è stato quasi del 19%, quasi un quinto del totale delle vendite settimanali. Una percentuale che a Oriocenter sale ulteriormente». Quanto alla qualità della vita dei lavoratori, «è giusto che le aziende prevedano una corretta turnazione, credo che la maggior parte la faccia, ma non vorrei che si demonizzasse la domenica, che per il food è il secondo o il terzo giorno per incassi. Penso anche alla formula del part time weekend, prevista dal contratto nazionale e riservata a giovani under 35: prevalentemente sono studenti che lavorano il sabato e la domenica e così si mantengono agli studi e si rendono indipendenti». La conclusione? «L’apertura domenicale è una facoltà. Se qualcuno, come le Coop, lo ritiene un onere, può agire di conseguenza».

Confcommercio e l’e-commerce

Il nodo quindi resta. Anche nel realismo della considerazione di Oscar Fusini, direttore di Confcommercio Bergamo: «Tornare indietro rispetto alla liberalizzazione degli orari prevista dal decreto Monti è molto difficile oggi: la gente è ormai abituata a fare la spesa la domenica, senza considerare la concorrenza del commercio elettronico, che non chiude mai. Le chiusure domenicali porterebbero di fatto un vantaggio all’online rispetto al commercio tradizionale. Resta comunque la scelta d’impresa che deve fare, conti alla mano, ogni commerciante o catena: valutare se la domenica sia redditizio tenere aperto o no. Molti piccoli imprenditori hanno già deciso di tenere chiuso proprio perché l’impatto dei costi risulta troppo pesante, cercando di fidelizzare i propri clienti e abituandoli a fare acquisti negli altri giorni della settimana».

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