Il ritorno di Grillo tra rancore e disegni

ITALIA. Rieccolo, si sarebbe detto un tempo. Riecco emergere dal dimenticatoio Beppe Grillo l’immarcescibile.

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Ormai considerato un pensionato brontolone ma sostanzialmente innocuo, fuori dei giochi, dedito a recriminare dal suo giardino palmato della villa sulla costa ligure, in realtà il vecchio capo del MoVimento (con la V maiuscola, come scrive lui) ha lanciato una sua bombetta tra i piedi di Giuseppe Conte e dei suoi accoliti per far loro capire che lui è vivo e vegeto e anche pronto a combattere.

L’accusa è la solita: siete dei traditori, avete voltato le spalle non solo a me ma ai principi del «grillismo», siete diventati uguali a tutti gli altri, non ascoltate più il popolo che continua a chiedere un cambiamento del sistema. È chiaro che il principale accusato della lunga e verbosa reprimenda via social è proprio l’odiato Giuseppe Conte: Grillo ancora non si capacita di come sia stato possibile che un oscuro avvocato foggiano inurbato a Roma, uno che Di Maio ai tempi del «governo ombra» aveva destinato ad un ministero di serie C, la riforma burocratica, quello che un tempo si dava alla minoranza socialdemocratica, ecco, come sia stato possibile che quell’azzeccagarbugli di provincia abbia potuto non solo diventare presidente del Consiglio per ben due volte e con due alleanze diametralmente opposte (un record mondiale) ma addirittura soffiare il MoVimento a lui, al suo fondatore che si autodefiniva «l’Elevato» cui una massa di disoccupati, inoccupati, sottooccupati doveva nientepopodimeno che il titolo e lo stipendio di onorevole. Come è mai potuto succedere?

Il rancore di Bebbe Grillo

Quella carica invincibile di rancore non è la prima volta che tracima dallo stomaco del comico, ma adesso sembra contenere qualcosa di più: una minaccia. Così almeno l’hanno percepita non solo negli uffici di Conte (che di suo ha fatto il superiore: «Figuriamoci, lui aveva detto che Draghi era un grillino, non so se mi spiego…») ma anche dalle parti del Pd. Già i capi del campo largo faticano a scrivere un tema tutti insieme perché nulla è deciso e tutto è sottosopra - chi sarà il capo, quale programma, cosa facciamo con i russi, e come la mettiamo con Renzi, ecc. - che ci manca solo Grillo a scoperchiare le pentole dove bolle l’eterno gioco della politica, quello delle poltrone.

E spunta anche un sospetto tra i più velenosi (è Di Maio che lo ha soffiato a qualche giornale): che Grillo possa fare pace con Di Battista - avevano litigato ai tempi di Draghi - e mettersi insieme a lui in un nuovo movimento «delle origini» fatto di sogni immaginifici e teorie palingenetiche del capitalismo universale, ma che più modestamente potrebbe rubare al campo largo quel tanto di voti che segnerebbe la vittoria di Giorgia Meloni, altro che pareggio. Già si temeva la possibilità che «Dibba» potesse finalmente smettere di sfogliare la margherita e si decidesse a tornare nell’agone, ma se poi ora si aggiunge Grillo la miscela - nel suo piccolo, s’intende - potrebbe essere esplosiva.

Calma e gesso dice Conte, arciconvinto che nulla potrà mai togliergli l’ambita corona di «candidato premier», che lui considera alla stregua di un diritto naturale, e che il partito è suo, popolato di fedelissimi che tutto dovevano a Grillo e che adesso tutto devono a lui se non vogliono tornare a casa a mettere insieme qualche supplenza di ragioneria. Sarà. Riferiscono che Schlein, impegnata nella sua personale campagna ad inanellare incontri eccellenti (l’ultimo col capo di Confindustria) tanto segreti quanto noti, si sia non poco innervosita leggendo il post di Grillo. Tutto sommato, non ha torto.

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