La partita del nucleare deterrenza per l’Europa

MONDO. Nucleare, nucleare, nucleare. Solo così si può garantire la sicurezza nazionale in un mondo pieno di prepotenti e di autocrati.

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Tanti sono gli ultimi eventi che confermano tale svolta in presenza del collasso, si spera temporaneo, del diritto internazionale. Il leader cinese Xi Jinping si è recato in visita ufficiale, per la prima volta dopo 7 anni, in Corea del Nord. Qui è stato accolto con tutti gli onori, essendo i due Paesi alleati strategici da decenni. Pechino è tuttavia preoccupata dell’amicizia, diventata forse troppo stretta e reciprocamente fruttuosa tra Pyongyang e Mosca.

Migliaia di soldati nord coreani hanno partecipato alla cosiddetta «Operazione militare speciale» in Ucraina (oltre duemila sono stati i morti fra le loro fila); milioni di pezzi di artiglieria sono stati riforniti all’ex Armata rossa in periodi di grossa difficoltà negli approvvigionamenti.

In cambio Kim Jong-un ha ricevuto visibilità internazionale e decine di miliardi di dollari in contanti, vitali per un Paese in passato in lotta con la fame. Questo è quello che appare pubblicamente, ma c’è qualcosa di meno conosciuto. Ossia, all’improvviso per la sorpresa degli analisti militari, Pyongyang ha iniziato da un paio di anni a lanciare missili ipersonici e vettori sempre più precisi e potenti. Sono ormai un ricordo i missili impazziti che finivano fuori rotta, alcuni esplosi davanti a Vladivostok.

Il programma nucleare nord coreano

A Xi Jinping va bene che Kim Jong-un attiri l’attenzione degli americani e dei loro alleati regionali (giapponesi e sud coreani per primi) alleggerendo il peso su di sé, ma il messaggio recapitato dai cinesi è stato di non esagerare. I nord coreani hanno risposto che il loro programma nucleare (Pyongyang si è appena dotata in silenzio di bombe atomiche) non può essere discusso neanche dagli alleati. Anzi nella Costituzione è stato appena scritto che se Kim dovesse essere fatto prigioniero o ucciso i suoi militari devono utilizzare l’arma nucleare. In pratica, dittatori e autocrati vari hanno compreso che solo la deterrenza può essere l’elemento fondamentale per la sopravvivenza.

Al riguardo lascia attoniti la notizia che gli Stati Uniti abbiano recuperato e portato via uranio dal Venezuela. Un momento, ma cosa se ne faceva Nicolas Maduro dell’uranio in un Paese, il suo, che detiene interminabili riserve di idrocarburi, tra le prime al mondo?

Il ragionamento logicamente si collega allo scenario iraniano, il cui regime ha dichiarato da tempo immemorabile di volere cancellare Israele dalla faccia della Terra. Per decenni la comunità internazionale ha lottato invano con tutti i mezzi pacifici possibili per raggiungere un accordo, appunto, sul programma nucleare degli ayatollah.

Due domande. L’azione militare nel Golfo del duo Trump-Netanyahu ha eliminato tale possibilità? Che fine ha fatto l’uranio iraniano, in parte arricchito quasi a livello per produrre una bomba, come denunciato mesi fa dalla stessa Agenzia atomica internazionale?

In Europa la Polonia, da secoli su fronti opposti alla Russia, ha chiesto all’Alleanza atlantica di poter custodire delle bombe atomiche sul suo territorio. Nel Vecchio continente ve ne sono già 250 nei depositi della Nato, una cinquantina – a quanto pare – in Italia.

La futura «Europa» (Regno Unito e Ventisette) si troverà nella necessità di allargare l’ombrello nucleare britannico-francese a tutto il suo territorio. Diversamente non si potrà fare, perché altrimenti qualche male intenzionato potrebbe pensare che la «coperta» troppo corta, ad esempio per membri UE di frontiera, sia un segnale di disimpegno.

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