Sui migranti posizione scomoda fra i Paesi Ue

MONDO. La crisi di Ceuta sta scombussolando tutta la politica europea sulle migrazioni. Con i confini in crisi (presunta) la solidarietà tra partner svapora e si scatena il tutti contro tutti.

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Ma in questo turbinio l’Italia si ritrova al centro della danza e non certo per effetto di una leadership conquistata sul campo. Dalla sua parte la premier Giorgia Meloni ha, nei fatti, solo Mette Fredriksen, la socialista leader della Danimarca che sui migranti ha la stessa linea del governo di destra di Roma. Al punto che Giorgia & Mette hanno diffuso una nota comune «in difesa dell’Europa e contro l’immigrazione incontrollata». Esattamente quello che le due, più altri venti premier, hanno rimproverato allo spagnolo Sanchez dopo l’invasione della exclave spagnola in terra d’Africa, quella che si teme fortemente che si possa ripetere intorno a Ferragosto.

Ma di quei Paesi, solo Italia e Danimarca hanno deciso di sospendere Schengen per chi proviene dalla Spagna, un atto che ha fatto storcere il naso a mezza Europa, a cominciare dai nostri stessi diplomatici: il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha provato a convincere Meloni che, non avendo noi confini con la Spagna, era difficile sostenere l’utilità del gesto, che poteva essere interpretato solo come una «punizione» verso Sanchez, il premier più aperto all’immigrazione (che secondo alcuni sarebbe alla base degli ottimi risultati del Pil iberico grazie ai bassi salari dei migranti africani).

Lo scontro con Madrid

L’attuale ritorsione di Madrid contro la decisione di Roma provocherà a breve una messa a punto della Commissione europea che non potrà che chiedere ad entrambi i Paesi di fare un passo indietro: il primo a farlo però dovrà essere l’Italia, quella che ha cominciato. Non è una situazione comoda per Meloni anche perché nel frattempo le è arrivata una cattiva notizia da dove proprio non si aspettava: il cancelliere Merz ci vuole rimandare indietro i migranti che a suo tempo sono sbarcati in Italia ma che poi hanno proseguito per la Germania. Proprio il Paese al quale ci siamo legati di più ci manda un segnale non buono di fronte al quale dovremo prima o poi indietreggiare, anche se la prima presa di posizione italiana, quella di Matteo Piantedosi, è stata un no, non ci riprendiamo nessuno.

In questa asimmetria, l’Italia rischia seriamente l’isolamento in Europa, soprattutto se davvero la Commissione ci bacchetterà. Svanito brutalmente il sogno di fare da ponte con l’America di Trump, Meloni ha provato proprio con la Germania e la Danimarca a rinforzarsi in Europa, stante che la Francia resta un cugino litigioso e con la Spagna il dialogo è da carta bollata. Eppure proprio sulle migrazioni l’Italia aveva colto un successo in sede Ue coinvolgendo parecchie capitali, e anche Berlino, nella sua idea di costruire dei centri di rimpatrio nelle nazioni extra-europee.

Il disordine in Europa

Insomma, c’è un gran disordine in Europa, e noi dobbiamo posizionarci in modo meno scomodo. La verità è che le elezioni si avvicinano per tutti, e tutti hanno un Vannacci alla loro destra che preme. Merz deve combattere con l’extra destra dell’AfD che è ormai il primo partito tedesco; Macron l’anno prossimo tenterà di fermare l’assalto della destra lepenista; Sanchez è già debolissimo e ha il problema di Vox, il partito di cui Meloni è affettuosamente sodale. Ma lei stessa, con un Vannacci che cresce di un punto al mese, deve fare i conti con chi dice di rappresentare «la vera destra», quella insomma che fa il viso dell’arme ai migranti in nome dell’identità europea e dell’ordine pubblico da mantenere nelle nostre strade. È su questa che si giocheranno le elezioni politiche dell’anno prossimo.

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