Tra ponte e transfughi tempi duri per Salvini

ITALIA. Un altro stop della magistratura, questa volta della Procura di Roma, impresso al cammino per la costruzione del Ponte di Messina, quello che molti chiamano il «ponte di Salvini» per la determinazione con la quale il ministro dei Trasporti punta a fare di quella «grande opera» il simbolo identitario della legislatura di centrodestra e quindi sua e della Lega.

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Dopo i pareri negativi della Corte dei Conti sul quadro normativo del Ponte e il decreto del governo che ha superato i rilievi della magistratura contabile sul progetto definitivo, la Procura della Capitale ora indaga per corruzione e rivelazione di segreti d’ufficio a carico di tre personaggi, due dei quali legati a Salvini: un avvocato già coordinatore della Lega in Calabria e un imprenditore, e poi un ex presidente della Corte dei Conti che, secondo il capo d’accusa avrebbe tramato con i primi due per condizionare il giudizio dei suoi colleghi (rivelando anche segreti d’ufficio) in cambio di una nomina politica al momento della pensione.

Tutte accuse che naturalmente dovranno essere provate ma che le opposizioni devono considerare giù acclarate se affermano, come fa Giuseppe Conte, che «l’inchiesta scopre l’ombra della corruzione». «Fatti di una gravità inaudita» secondo Angelo Bonelli. «L’inchiesta scoperchia un pentolone di forzature» specifica il democratico Boccia. Conclusione delle sinistre: il governo deve riferire in Parlamento e il Ponte si deve fermare. Vedremo come andrà a finire, ma sotto il profilo politico è chiaro che Salvini riceve un colpo politico non facilmente assorbibile che, se anche non dovesse bloccare il Ponte, di sicuro sposta in avanti la sua realizzazione, un po’ come accadde al Mose di Venezia, altra grande opera contestata, e arrivata dopo anni e anni di processi e di rinvii.

La notizia dell’inchiesta è arrivata poi nel giorno in cui all’Università La Sapienza di Roma alcuni dimostranti bruciavano in piazza le foto di Salvini («Un clima d’odio che non ci ferma» ha scritto Giorgia Meloni in una dichiarazione di solidarietà). Certo è un brutto periodo per il vicepremier.

Il ministro-vicepremier si appresta all’anno elettorale avendo alle calcagna quel Vannacci che lui ha voluto portarsi in casa e che adesso punta a svuotare la Lega di tutti i voti di destra che raccoglie: i sondaggi danno la Lega in calo e Vannacci in crescita, segno che l’operazione sta riuscendo e non solo con lo scouting di anime perse di parlamentari che cercano una candidatura sicura: c’è chi è passato dalla Lega a Forza Italia («Per non andare a destra con Vannacci») e adesso va da Forza Italia a Vannacci in un percorso quantomeno bizzarro. Per far fronte a questo attacco, si profila un coinvolgimento al vertice del Carroccio di Luca Zaia, oggi presidente del consiglio regionale del Veneto, forte di un vastissimo consenso elettorale.

Ma Zaia ha già chiarito che non si adatta a fare il numero due con Salvini capo. Il suo progetto è molto più ambizioso e riproduce il modello dei cristiani sociali bavaresi (la Csu che fu di Strauss) gemellati con i cristiano-democratici della Cdu tedesca. In pratica torna il progetto del partito del Nord che avrebbe in Zaia e nel gruppetto dei governatori, una sorta di leadership autonoma con il compito di ricompattare l’elettorato settentrionale. Ipotesi che Salvini avrebbe potuto accettare quando la sua idea di Lega «nazionale» aveva una effettiva rispondenza elettorale. Però adesso quel progetto è quasi del tutto svaporato, sicché oggi Salvini si ritroverebbe a capo di un partito ai minimi termini nel Centro-Sud. Guardando Vannacci e i movimenti dentro la Lega, non è detto che per il vicepremier la notizia dell’inchiesta di Roma sul Ponte sia per lui la peggiore di questo periodo.

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