Gli intrecci coraggiosi di sogni e riscatto in Sicilia

TENDENZE. Profumi di arance e salsedine, i profili nitidi delle città costiere, bruciate dal sole, le case affacciate su un mare abbagliante. Sullo sfondo forte e aspro dei paesaggi siciliani, Barbara Bellomo dipinge «L’incartatrice di arance» (Garzanti), ispirato alla storia vera di Concetta Campione.

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Dalla fine dell’800 al 1951, Concetta ha diretto la sua stamperia a Catania, un’impresa interamente femminile. Ha aiutato tante ragazze, come Rosetta, sedicenne, che grazie a lei impara a dare forma ai suoi sogni, e disegna figure affascinanti sulla carta impalpabile che avvolge le arance. Bellomo, apprezzata autrice di romanzi storici, intreccia abilmente verità e finzione. La sua lingua evocativa e sensibile fa affiorare qualcosa di più grande e profondo attraverso ogni dettaglio, seguendo il percorso di formazione di una giovane donna.

Su un registro più cupo e visionario si muove «La Malarema» (Piemme) di Alessia Castellini, anch’esso ambientato in Sicilia alla fine dell’800. La giovane Rossella perde la voce dopo aver assistito a una tragedia in mare. L’autrice recupera l’antica tradizione delle raccoglitrici di bisso, la seta del mare, e costruisce un romanzo che fonde poesia, denuncia sociale e indagine interiore, con una lingua che intreccia perdita e guarigione. «L’alba dei leoni. La saga dei Florio» (Nord) di Stefania Auci esplora le origini della storia già raccontata dall’autrice nella serie bestseller. Il romanzo inizia nel 1772 a Bagnara Calabra, seguendo i passi della famiglia Florio fino a Palermo. Auci scrive con muscoli e cuore, tracciando le sue rotte narrative lungo le strade di un’isola che non perdona i deboli ma non dimentica i coraggiosi.

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