Gli sguardi dell’infanzia oltre i confini che generano odio
TENDENZE. Recuperare lo sguardo puro dell’infanzia permette di ottenere un punto di vista diverso sul conflitto israelo-palestinese.
Due bambini disegnano confini d’acqua, non di odio: così il fiume Giordano e il Mediterraneo nella loro mappa finiscono per abbracciare una terra che è di entrambi. Recuperare lo sguardo puro dell’infanzia permette di ottenere un punto di vista diverso sul conflitto israelo-palestinese, in un’epoca di slogan urlati, cercandolo nelle pagine di romanzi e diari in cui l’amore, l’arte, la poesia diventano strumenti di resistenza intima e tenue alba tra le rovine.
Figlia di un profugo palestinese e una donna ebrea, Widad Tamimi tesse un memoir limpido e coinvolgente - a partire da quell’immagine dei bimbi che tracciano i confini - nel suo «Dal fiume al mare» (Feltrinelli). Senza proclami ideologici, intreccia esilio, maternità e giustizia, tendendo un filo da Gerusalemme a Gaza. Cita John Berger nell’esergo: «Vediamo solo ciò che vogliamo. Guardare è una scelta», e il suo racconto è pieno di umanità, fa emergere la tenacia della bellezza. Con una prosa fluida, evocativa, unisce memoria personale e riflessione civile.
Sulla stessa linea Joana Osman ripercorre la storia della sua famiglia nel suo «Dove danzano le anime» (Tre60): ci sono aranci profumati, pomeriggi al cinema, convivenze difficili tra culture diverse. Piccoli particolari che compongono una narrazione intensa, radicata in gesti quotidiani, dove gli affetti familiari sfidano la perdita e il dolore dell’esilio.
Karim Kattan, infine, intreccia una storia d’amore e resistenza ne «L’Eden all’alba» (La nave di Teseo), tra checkpoint e racconti mitici, in cui la forza dei legami diventa l’unico appiglio. Con uno stile poetico, mescola realtà e sogno in un viaggio fragile, intrapreso per opporsi alla violenza, sognando orizzonti di pace al di là di barriere e divisioni.
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