(Foto di Colleoni)
LO STUDIO. I primi risultati di «Brimberg», progetto di Anthem e ospedale «Papa Giovanni» che coinvolge Bergamo, Val Brembana e Valle Imagna. «Per difendere il Servizio sanitario nazionale dobbiamo lavorare sulla prevenzione».
Se non ci fosse stato questo progetto, probabilmente, la malattia sarebbe rimasta silente sino a un episodio critico. Tra città, Val Brembana e Valle Imagna, oltre il 40% del campione osservato tra i 50 e gli 80 anni con rischio cardiovascolare lieve o moderato – ma senza un pregresso evento cardiovascolare – ha già i segni di uno scompenso cardiaco precoce non diagnosticato. Ha cioè una disfunzione cardiaca asintomatica, oppure uno scompenso lieve.
A cinque mesi dallo «start», sono le prime evidenze del progetto «Brimberg», promosso dalla Fondazione Anthem in collaborazione con l’Asst Papa Giovanni per mettere al centro lo scompenso cardiaco e la disfunzione ventricolare sinistra, condizioni che possono pregiudicare la qualità della vita sino a gravi conseguenze.
Un «tema cruciale», come lo definisce appunto Francesco Locati, direttore generale del «Papa Giovanni» mettendo a fuoco l’obiettivo: «Esiste una quota importante di popolazione a rischio nella quale la malattia è già presente, ma non arriva tempestivamente alla diagnosi». Brimberg va nella direzione d’intercettarli, con benefici per i singoli ma anche per il sistema sanitario: «Ogni anno – ragiona Stefano Paleari, presidente della Fondazione Anthem, realtà che unisce università, ospedali e aziende di tutta Italia, nata col Piano nazionale complementare al Pnrr – alcune “domande sanitarie” nella popolazione over 65 aumentano a doppia cifra e mettono pressione sulle strutture sanitarie. Per difendere il Servizio sanitario nazionale, dobbiamo lavorare nella logica della prevenzione affinché si invecchi nella miglior salute possibile». La prevenzione è «la vera frontiera della sanità pubblica», rimarca Alessandra Gallone, presidente dell’Ispra e rappresentante del ministero dell’Università e della Ricerca in Anthem, mentre Simonetta Cesa, direttore sociosanitario del «Papa Giovanni» fissa un obiettivo: «Lavorare per una longevità sana, facendo della prevenzione una scelta culturale oltre che sanitaria».
Brimberg rinsalda l’alleanza tra ospedale e territorio, perché poggia sulla sinergia tra gli specialisti della Cardiologia (cui spetta la diagnosi e la definizione delle eventuali terapie) e i medici di base (che hanno «arruolato» i pazienti e li seguono attraverso il rapporto fiduciario). «Non possiamo rimanere isolati rispetto a quello che ci circonda – è la riflessione di Alessandro Amorosi, direttore sanitario del “Papa Giovanni” -. Dobbiamo anticipare la presa in carico, non delegandola completamente al medico di medicina generale ma dialogando con lui, in modo che la necessità di cure avanzate sopraggiunga il più tardi possibile, o mai».
Michele Senni, direttore del Dipartimento Cardiovascolare del «Papa Giovanni», inquadra lo studio nella più ampia cornice clinica: «Di scompenso cardiaco soffrono 600mila persone in Italia, che diventeranno 920mila nel 2040, e in Bergamasca oggi si stimano dai 15mila ai 20mila individui. Nel futuro diventerà come una pandemia, perché la popolazione invecchia: ma deve invecchiare bene, attraverso la prevenzione». Brimberg è un’iniziativa «unica al mondo», rileva Senni, poiché il suo focus è sui pazienti a rischio cardiovascolare lieve o moderato, mentre la scienza finora si è dedicata soprattutto al rischio medio-alto.
In concreto, tra maggio 2025 e febbraio 2026 i medici di base hanno «ingaggiato» 604 persone residenti tra città, Val Brembana e Valle Imagna (66 Comuni) con un’età compresa tra i 50 e gli 80 anni e alcuni fattori di rischio cardiovascolare (dall’ipertensione arteriosa al diabete, dalla patologia renale cronica a problemi di colesterolo), ma prive di patologie note (ad esempio, una «storia» di infarto o ictus) e comorbilità gravi (come tumori o patologie degenerative); da ottobre a marzo, infine, 310 di loro sono state valutate nelle Case di comunità con accertamenti cardiologici.
E cosa è emerso? Spiega Senni: «Il 23% di questa popolazione ha una dispnea da sforzo che si lega a elevati valori di NTproBNP, un biomarcatore ematico che indica lo scompenso cardiaco, e un altro 20% ha una disfunzione cardiaca asintomatica, cioè ha un cuore malato ma non sa di averlo». Così, insieme, «oltre il 40% di chi abbiamo incontrato ha qualcosa di veramente serio – fa sintesi Senni -, ma che altrimenti non sarebbe stato portato alla luce».
Ovviamente, non ci si ferma alla pura epidemiologia. Su queste persone vengono eseguiti accertamenti di secondo livello (Ecg, prove di funzione respiratoria) e, in caso di conferma, si avvia l’implementazione di terapie specifiche. «Una volta terminata la raccolta dati – prosegue Sergio Caravita, cardiologo dell’ospedale di Bergamo e professore all’Unibg – lo sforzo ulteriore sarà quello di utilizzare la tecnologia per processare le informazioni raccolte ed elaborare algoritmi efficienti per la diagnosi e la cura».
I dati svelati ieri sono solo una tappa. Entro fine anno – il 2026 è l’orizzonte di chiusura del progetto, come per le altre esperienze del Pnrr – si punta a completare lo screening su 1.072 pazienti. Poi spetterà al ministero dell’Università e della Ricerca valutare gli esiti e, in base a una griglia di indicatori, decidere se finanziarlo anche per il 2027-28. «È una corsa contro il tempo – conclude Paleari – ma ce la metteremo tutta per essere ben posizionati in questa competizione per le risorse future».
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