Violenza di genere, 750 richieste di aiuto nel 2025: «Fondamentale il lavoro di rete»

IL CONVEGNO. All’abbazia di San Paolo d’Argon «Oltre il livido» ha affrontato il tema della prevenzione dei reati più gravi contro le donne. «La violenza non è solo fisica, ma anche psicologica ed economica».

«Una donna su tre subisce violenza e nel 2025 i centri antiviolenza di Aiuto Donna hanno ricevuto 750 richieste di aiuto». L’anno prima erano state 798, nel 2023 737, nel 2022 704 e nel 2021 652. Le parole di Sara Modora, coordinatrice del centro antiviolenza Aiuto Donna di Bergamo, restituiscono la misura di un fenomeno diffuso e spesso sommerso.

Cause e strategie di intervento al centro

Da questa consapevolezza è nato il convegno «Oltre il livido», dedicato alla prevenzione e al contrasto dei reati più gravi contro le donne, svoltosi nella suggestiva cornice dell’abbazia benedettina di San Paolo d’Argon. L’iniziativa, organizzata dall’Unione dei Colli, ha riunito istituzioni (tra cui sindaci e amministratori locali, in gran parte donne), forze dell’ordine, professionisti del settore giuridico e psicologico e rappresentanti dei centri antiviolenza, con l’obiettivo di approfondire il fenomeno andando oltre i segni visibili della violenza e concentrandosi sulle sue cause e sulle possibili strategie di intervento.

«È vero, è passato il 25 novembre, ma con questa giornata vogliamo rinnovare l’attenzione sul tema della violenza di genere, sottolineando soprattutto che la violenza non è solo fisica: esistono forme di violenza psicologica ed economica», ha dichiarato Fabio Masserini, comandante della polizia locale dei Colli, intervenuto insieme alla vice comandante Deborah Breda, promotrice dell’iniziativa.

Sinergie per intercettare le situazioni di rischio

«Nelle donne si notano uno sguardo spento, la paura del controllo, la mancanza di libertà anche nelle cose più semplici»

Al centro del confronto il lavoro di rete, ritenuto fondamentale per intercettare precocemente le situazioni di rischio. «I nostri territori rispecchiano i dati nazionali – ha spiegato Modora –. Le richieste di aiuto arrivano da giovani donne che lavorano o studiano, ma anche da donne che hanno lavorato per una vita e si ritrovano a fare questo amaro bilancio all’interno di una relazione violenta che toglie energia e voglia di vivere».

È possibile riconoscere i segnali? Secondo la coordinatrice, sì: «Nelle donne si notano uno sguardo spento, la paura del controllo, la mancanza di libertà anche nelle cose più semplici, come bere un caffè con le amiche. Dovremmo imparare a riconoscere anche gli uomini violenti: si riconoscono, sono prevaricatori, patriarchi gentili».

Il reato di femminicidio

Sul tema del reato di femminicidio e sulle azioni del governo è intervenuta la parlamentare Rebecca Frassini: «È previsto l’inasprimento della pena fino all’ergastolo. Prima dell’introduzione si parlava di pene dai 24 ai 30 anni e, con il rito abbreviato, si poteva tornare in libertà dopo 12 anni». La legge ha introdotto nuove norme penali e processuali e ulteriori misure di tutela per le vittime. «Il femminicidio non è un reato come gli altri: modifica la norma, ma interviene anche sul piano culturale del fenomeno», hanno spiegato Silvia Zaghi di Upli, l’Unione polizia locale, e Massimiliano Mancini, direttore di Ethica Societas.

«Stiamo lavorando per aumentare le risorse – ha concluso l’onorevole Frassini –. Nella legge di bilancio è previsto un incremento dei fondi per il reddito di libertà, uno strumento importantissimo per le donne vittime di violenza, con un assegno mensile di 400 euro per favorire il reinserimento e restituire autonomia».

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