Domenica 04 Maggio 2014

Il vescovo: «Troppi individualismi

Ci vuole più giustizia sociale»

Francesco Beschi vescovo di Bergamo

Ci sono due aggettivi («indiscutibili», «impegnativi»), cioè le parole giuste nel momento giusto, che danno il senso compiuto della sincronia concettuale fra la canonizzazione di Giovanni XXIII e le nuove iniziative della Diocesi di Bergamo a favore dei più bisognosi.

I due termini sono nella parte finale della lettera di ringraziamento del nostro vescovo a Papa Francesco che, alla vigilia di quella giornata memorabile, aveva inviato un «messaggio particolare» alla comunità bergamasca.

«Infine - ecco il passaggio centrale di monsignor Francesco Beschi nel richiamare l’eredità di Roncalli citata dall’attuale Pontefice - l’invito a tutta la società bergamasca a perseguire i valori della fraternità e della solidarietà che in maniera profonda e forte hanno disegnato una fisionomia che possiamo continuamente rigenerare se li poniamo come tratti indiscutibili e impegnativi della nostra convivenza civile».

Il vescovo Beschi, nel suo ufficio, riflette su quei due aggettivi: «Non li ho scritti a caso e mi stanno molto a cuore: fraternità e solidarietà, che possiamo anche declinare in forme diverse, sono senza dubbio questioni indiscutibili e impegnative».

Eccellenza, è possibile trarre qualche parziale bilancio, che è poi un punto di ripartenza, della canonizzazione di Papa Roncalli?

«Per Bergamo questo grande e inaspettato evento ha ricadute molto significative, a partire dall’indiscutibile e originale legame di Papa Giovanni con la sua terra che, con questa profondità, non è di altri Papi. Quindi avverto fortemente l’esigenza di raccogliere questo evento e di collocarlo nel nostro territorio. La valorizzazione in questi anni di Sotto il Monte non è strumentale, ma connaturata a questo intreccio. Gran parte della spiritualità, della finezza, dell’intelligenza, della sapienza di Giovanni XXIII nasce in quel contesto, in quell’educazione familiare, semplicissima eppure sapiente, in quel contesto parrocchiale, che peraltro per gran parte della vita Roncalli non frequenterà più, perché i suoi compiti saranno diversi rispetto a quelli parrocchiali o diocesani. Ma dentro di lui porterà questo animus».

Già, Sotto il Monte: un puntino sulla carta geografica che ha fatto il giro del mondo.

«L’icona di Sotto il Monte, con i percorsi che si sono creati, vuole valorizzare non solo il legame, ma cosa rappresenta questo legame in ordine a ciò che Giovanni XXIII è stato. Lo stesso vorrei dire per la valorizzazione della Fondazione Giovanni XXIII, che io ho trovato iniziata da monsignor Amadei e che con profonda convinzione ho ritenuto di rilanciare. Vi ho visto una miniera d’oro di documenti e di altro materiale: Papa Giovanni effettivamente ha scritto molto. Abbiamo a disposizione un patrimonio documentaristico enorme, per comprendere questa figura, la cui bellezza è stata tale da permetterci di riconoscerla immediatamente. Ora, grazie alla Fondazione e anche per merito del cardinal Capovilla, che è il vero mentore di questa realtà, possiamo approfondire ulteriormente questa figura e capire veramente la sua grandezza. Papa Giovanni ancora attira speranza, devozione, preghiera. Il Papa lo ha canonizzato senza il miracolo ufficiale: di fatto però esiste una miriade di grazie attribuite a Roncalli. Inoltre vi è l’attenzione alla sofferenza, alla povertà di ogni tipo, alla fatica di vivere, nei confronti delle quali Papa Giovanni ha manifestato una capacità di comprensione e di risposta che gli è stata riconosciuta in modo unanime. In fondo con la celebre carezza ai bambini ha trasmesso in termini semplicissimi quella che è stata la sua vita e quello che in quel momento veniva percepito come il cuore della Chiesa. Una vicinanza che inevitabilmente ci porta alla propensione verso chi fa maggiormente fatica a vivere. Penso al fronte missionario: ad Haiti, all’Albania, ai nostri fronti interni».

Fronti interni, in questa fase, vogliono dire da un lato la ristrutturazione della Galgario, dall’altro la vendita di un immobile della Diocesi e con il ricavato (3 milioni di euro) un finanziamento del Fondo famiglia e lavoro e la realizzazione del Fondo famiglia e casa.

«Abbiamo la possibilità di intervenire con una ristrutturazione, naturalmente d’intesa con il Comune, su una struttura d’accoglienza per poveri ed immigrati già molto impegnata come l’ex caserma Galgario: un approdo più degno per le persone che ne hanno bisogno. Uno strumento che s’è rivelato molto utile è quello del Fondo famiglia e lavoro che abbiamo allargato alla dimensione famiglia - casa. Questo progetto ha significato un investimento di risorse della Diocesi particolarmente significativo; parliamo di milioni di euro disponibili in due anni e della scelta di rinunciare a un nostro bene per darne il ricavato a chi è maggiormente provato. La rinuncia ad un nostro immobile ha questo significato: riconoscere che c’è chi ha meno di noi e ha più bisogno di noi, e quindi in tempi eccezionali rispondere con gesti eccezionali».

Sono interventi importanti e coerenti con la prospettiva specifica della Chiesa bergamasca.

«Sono gesti che non intendono essere fini a se stessi: possono essere apprezzati e condivisi, lasciare indifferenti o addirittura critici. Mi interessa soprattutto che generino quel movimento complessivo di solidarietà, che non consiste soltanto nell’elargire denaro, ma nel porre veramente attenzione gli uni ai bisogni degli altri, cominciando da chi questi bisogni fondamentali li percepisce in maniera molto più grave. Mi interessa molto che questo segno sia incoraggiante, per altri segni di questa natura e anche di natura diversa. Non voglio cadere in forme di assistenzialismo, ma stimolare la comprensione relativa alla necessità di superare la barriera che ormai s’è innalzata in modo smisurato: quella di concepirci in termini fortemente individualistici. Questo modello non ha portato da alcuna parte, se non a scontare un esito molto pesante: non solo perché ci sono famiglie e persone che soffrono questa situazione, ma perché è stata disegnata una società che non credo proprio sia la migliore. E lo dico dal punto di vista evangelico che diventa intensamente umano. E poi vorrei aggiungere un altro aspetto».

Prego.

«In occasione della canonizzazione abbiamo promosso la Giornata parrocchiale in cui le offerte raccolte andavano ad incrementare queste intenzioni complessive, ovvero nel segno della fraternità e della solidarietà. Come Diocesi abbiamo compiuto un gesto di rinuncia ad un bene, ma gran parte delle nostre iniziative sono il frutto della generosità dei bergamaschi: la Caritas distribuisce la generosità dei nostri concittadini. Dalla signora anziana alla persona più ricca, molti ritengono di potersi fidare dell’azione della Caritas. La Diocesi non solo raccoglie, distribuisce, mette a frutto ciò che possiede, ma in questo caso rinuncia a qualcosa per contribuire direttamente insieme a tanti altri».

Lei alla Messa del Primo Maggio ha citato la giustizia sociale, un termine che nel dibattito pubblico è stato ripreso solo in tempi recenti dopo essere stato a lungo in un cono d’ombra.

«Ho tenuto a sottolineare questa parola perché mi sono reso conto che ripresa, competitività, produzione delle risorse (dato che anch’io evidentemente sono consapevole che si distribuisce solo dopo aver prodotto) non sono separabili da un criterio di giustizia sociale.Anche il Papa contesta l’idea che se facciamo crescere la ricchezza ad un certo punto questa traboccherà a vantaggio di tutti, mentre è proprio la costruzione del modello di sviluppo che deve continuamente prevedere un cammino portato avanti insieme. Sotto questo profilo ho accennato pure al tema dell’eccellenza: un buon criterio se riferito al prodotto. Nel momento in cui però è riferito all’uomo, bisogna prestare molta attenzione: se va promossa l’eccellenza, non va assolutamente alimentata la cultura dello scarto. Se in nome dell’eccellenza, si finisce con il giustificare la cultura dello scarto, allora non funziona».

Eccellenza, dall’inizio della Grande Crisi i nostri disoccupati sono arrivati a quota 37 mila. Si dirà che statisticamente rappresentano una quota inferiore rispetto alla media nazionale, ma è pur sempre un quadro allarmante e lo choc risulta più doloroso proprio perché eravamo un’area di piena occupazione.

«La sofferenza è maggiore proprio perché la Bergamasca è stata terra di occupazione ai massimi livelli, al punto da offrirla a tante persone che non sono nate qui. Personalmente registro due elementi. Il primo è l’incertezza: non vedo un’angoscia diffusa, bensì la sofferenza dell’incerto. E l’incerto si può sopportare per un certo periodo: quando questa condizione si prolunga, come oggi, diventa logorante e quindi mangia energie. Avverto la fatica nel recuperare energie rispetto ad una situazione che non viene definita in termini angoscianti dalla gran parte delle persone, ma che si rivela logorante. E non è cosa da poco. Anche il secondo aspetto mi fa riflettere: c’è un tessuto, di valori umani e cristiani e in ultima analisi di fede, più solido di quello che apparentemente potrebbe sembrare. Mi spiego: gesti drammatici, avvenuti in altre parti d’Italia e a volte anche da noi, si sono comunque verificati in misura minore. Questo significa qualcosa in relazione al tessuto sociale e comunitario. Voglio sottolinearlo: questo elemento di tenuta non è da sottovalutare e alla fine credo proprio che abbia a che fare con la prospettiva cristiana e della fede».

Eccellenza, lei è a Bergamo dal 13 marzo 2009, cioè da 5 anni. In questo periodo ha maturato sensazioni, convinzioni aggiuntive rispetto al primo approccio?

«Inizialmente mi aveva colpito un aspetto, che oggi ritrovo con maggiore consapevolezza e ritengo rimanga caratteristico del nostro territorio: il rapporto fra tradizione e secolarizzazione. Per tradizione non intendo i tradizionalismi, ma questo legame ben custodito con il territorio e con la propria storia. Per secolarizzazione, mi riferisco ad una mentalità pragmatista, molto tentata dal materialismo, diffusa anche da noi. Tuttavia, a differenza di altre realtà, i due elementi sono in un rapporto dinamico. Mentre altrove la tradizione è scomparsa e non esiste più un’appartenenza, qui resiste. Mentre in altre regioni la secolarizzazione è ricoperta dai tradizionalismi, qui le due cose camminano insieme. L’immagine è quella del cardano: entrambe sono legate e snodate appunto come un cardano. È una situazione assolutamente originale e - usando un’immagine di Papa Francesco – si tratta di un processo generativo».

A proposito dell’intreccio fra storia e territorio, Roncalli è stato un buon bergamasco in quanto cittadino del mondo e viceversa: anche questo suo modo d’essere è parte dell’eredità giovannea.

«Papa Giovanni è stato una grande espressione del rapporto tra un legame forte con la propria terra e la capacità di aprirsi al mondo e di essere apprezzato dal mondo intero. Questa caratteristica appartiene alla cultura bergamasca: è una ricchezza della nostra storia. Ciò che dovrebbe farci riflettere è la questione del ritorno: cioè quanto ritorna di queste esperienze aperte al mondo, sul nostro territorio, nel nostro modo di concepirci e di organizzarci e di proiettarci verso il futuro? Questa esperienza, che ci porta ad essere riconosciuti nel mondo per competenze, spiritualità, ricchezze di ogni genere, in che misura torna sul nostro territorio? È una provocazione, ma l’interrogativo è la constatazione di un problema».

Sono tempi difficili anche per la politica e in questo clima ci avviciniamo alle elezioni amministrative ed europee del 25 maggio: qual è il suo stato d’animo?

«Come Chiesa abbiamo scelto di non fare uscite con proclami particolari, ma di svolgere un lavoro per coinvolgere il più possibile la base e soprattutto le persone maggiormente sensibili a queste tematiche. La percezione è che stiamo vivendo un’evidente fatica rispetto alle forme di assunzione di responsabilità comunitaria rappresentate dal diritto - dovere elettorale, sia per le amministrative sia per le europee. Vi è una sfiducia diffusa, accompagnata paradossalmente ad una voglia partecipativa, che deve trovare forme che superino le attuali, ormai non più adeguate. Devo dire che non mi convince affatto quella forma partecipativa che adotta la Rete del Web come il suo luogo preferenziale. Ritengo invece che vadano perseguite forme partecipative in cui la relazione, la responsabilità, l’esposizione diretta delle persone, la costruzione di rapporti siano molto più reali, molto più concreti, ed è proprio per questo che uno dei punti di partenza rimane sempre il legame con il territorio. Aggiungo che non si può abbandonare con indifferenza e a volte con rabbia la possibilità partecipativa del voto. È un’assunzione di responsabilità da perseguire, sia per quanto riguarda il locale, sia per quanto riguarda l’Europa, dato che tutte e due le realtà possono riformarsi, se coloro che costituiscono il popolo europeo piuttosto che i popoli locali manifestano la volontà di essere ancora presenti relativamente alle scelte che li riguardano».

L’Europa, anche per responsabilità proprie, è diventata il capro espiatorio di tutti i mali. Che cosa si sente di dire un europeista convinto come lei?

«Tutti stiamo dicendo che l’Europa è importante e che bisogna cambiare le forme con cui la Ue si sta costruendo. Attorno al modo di concepire e di essere Europa, vedo non solo posizioni molto diverse, ma un dibattito molto aperto e interessante. È indiscutibile il valore dell’unità a livello europeo, a partire dal grande bene che è la pace. Non dimentichiamolo: l’Europa è stato il crogiuolo delle più grandi guerre che hanno attraversato la storia dell’umanità, ma 60 anni di pace garantiti dall’intuizione europeista, peraltro di grandi statisti cattolici, non si possono buttare via, pur riconoscendo limiti e deficit di ogni genere. La forza dell’Europa riposa nella sua capacità di elaborare le diversità: è avvenuto drammaticamente con le guerre, ma in gran parte attraverso lo strumento della cultura che ci caratterizza e che è il grande servizio che l’Europa può fare a tutto il mondo. Un’intuizione dello spirito, quella dell’unità europea. Poi, bisogna organizzare le strutture, mettere in sicurezza l’economia, dialogare insieme con il mondo intero. Oggi siamo a metà del guado. Avverto fortemente positivo il valore dell’Europa unita, anche come atto di fiducia verso l’azione e il lascito di persone illuminate e credenti come De Gasperi, Adenauer, Schuman. Sono partiti dall’unione economica perché era una risposta ad alcune ragioni della guerra. Erano intelligenze capaci di scelte concrete e animate da grandi ideali. Dobbiamo camminare sulla strada tracciata da loro».

Franco Cattaneo 

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