Anche Putin ha bisogno della fine della guerra

MONDO. Avanza finalmente il faticoso negoziato per fermare la tragedia russo-ucraina. Dopo anni di buio pesto, per la prima volta, Mosca e Kiev si parlano direttamente alla presenza di un interlocutore.

Il lieto fine non è sicuro, ma la situazione creatasi lascia adito a speranze. Da quello che sostengono i presenti negli Emirati Arabi, il clima è «costruttivo»; dei 20 punti in discussione è rimasto sul tavolo «solo» quello dei territori. Ambedue i contendenti – le cui delegazioni si incontreranno di nuovo a breve - si rendono conto che l’opinione pubblica internazionale è stanca di un conflitto che è durato troppo, più della Seconda guerra mondiale per l’Urss.

Proprio quel lasso di tempo, in cui i carri armati di Hitler bagnarono i loro cingoli nel Volga per poi essere ricacciati indietro fino a Berlino, è considerato eccessivo anche in Russia e in Ucraina. Nonostante le tivù federali comunichino ogni giorno «liberazioni» di città in serie, ormai è diventato evidente - anche ai più accaniti sostenitori dell’attuale corso politico - che le truppe di Putin sono impantanate in Donbass da 4 anni.

Pronti per la pace? Primo, il disgelo si avvicina. Secondo, Trump (motore del negoziato) potrebbe subire presto un ridimensionamento in Usa e all’estero. Terzo, oggi ci sono i soldi per la ricostruzione – una torta che fa gola a tanti. Quarto, le economie russa e ucraina sono messe male

Le dinamiche negoziali sono le solite: mentre le delegazioni trattano, ce le si dà di santa ragione. Pesanti sono i bombardamenti contro le infrastrutture energetiche ucraine; lo stesso avviene oltreconfine a Belgorod, come riferito dal locale governatore - notizia introvabile sulla stampa mondiale.

Insomma, forse siamo al botto finale. Il tempo per un accordo è, però, agli sgoccioli. Primo, il disgelo si avvicina. Secondo, Trump (motore del negoziato) potrebbe subire presto un ridimensionamento in Usa e all’estero. Terzo, oggi ci sono i soldi per la ricostruzione – una torta che fa gola a tanti. Quarto, le economie russa e ucraina sono messe male.

Nonostante le apparenze il Cremlino necessita di una rapida intesa (ma non a tutti i costi), che potrebbe essere una tregua prima della ripresa di future ostilità, come nel febbraio 2015 con gli accordi di Minsk.
Finora i salti mortali della Banca centrale, le acrobazie con le vendite di petrolio, la secretazione di dati sensibili hanno garantito la stabilità del sistema. Ma quanto a lungo tutto ciò potrà durare? Cosa potrebbe succedere se qualcuno aprisse il vaso di Pandora russo? Con l’avvicinarsi delle Parlamentari a settembre si osservano già movimenti nelle stanze di potere moscovita. La generazione che ha difeso «la Patria contro il nuovo fascismo», bussa alla porta.

Fondamentale per il Cremlino è oggi raccontare mediaticamente bene al Paese la «vittoria». Ad esempio, Trump intendeva seguire in Groenlandia l’esempio di Putin in Crimea nel 2014, ma non c’è riuscito. Perché Putin vuole tutto il Donbass, anche quello non «liberato», ossia nei suoi confini amministrativi? Per tre ragioni.

Propagandistiche: è più facile giustificare «l’Operazione speciale» che non è stata una «guerra di conquista», come affermano gli occidentali. Militari: cadrebbe la «fortezza» inespugnabile del Donbass ucraino - da lì iniziano le pianure, più difficili da difendere. Politiche: Putin potrebbe non essere più etichettato come «aggressore» con un abile gioco mediatico. Perché a Davos Zelensky ha alzato la voce sugli assets russi? Per non subire una nuova Yalta come nel ‘45, quello è il capitolo cruciale da gestire con la massima attenzione. Kiev l’ha ricordato a tutti in un momento in cui gli europei parevano distratti dalle minacce di Trump alla Groenlandia e indirettamente all’esistenza stessa della Nato. Occhio: l’esito di questo negoziato fungerà da spartiacque per gli scenari futuri nel Vecchio continente.

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