Chi vince e chi perde (per ora) nel Golfo

MONDO. Che pasticcio, Donald Trump! La guerra in Medio Oriente si amplia ed entra in una fase pericolosa e imprevedibile.

Il lancio di due missili balistici con una gittata di circa 4mila chilometri contro la base Usa-Gb di Diego Garcia, il bombardamento di Dimona dove ha sede il programma nucleare israeliano, l’azione contro le navi nel mar Caspio cariche di forniture di Putin al regime degli ayatollah, gli attacchi dei pasdaran contro la Turchia e i Paesi del Golfo rappresentano l’escalation militare di un conflitto che ha già avuto pesanti ripercussioni sui mercati energetici e finanziari mondiali. Ma non solo. Portano con sé la necessità di prendere coscienza dell’aggravamento della situazione.

L’Europa nel mirino dei fondamentalisti

Primo. Come per l’Ucraina, questa guerra – all’apparenza così lontana geograficamente – tocca tutti, anche noi europei. E se uno di quei missili dei fondamentalisti con una testata atomica volasse verso Parigi o Berlino? Secondo. Per anni la diplomazia internazionale ha cercato, invano con il dialogo, di fermare il programma nucleare iraniano e lo sviluppo di missili a medio-lunga gittata. Ricordiamo due decenni fa le prime trattative tra americani e russi sui siti di difesa anti-aerea da aprire in Romania e in Polonia, poiché – sosteneva Washington – di lì sarebbe passato il corridoio dei vettori degli ayatollah sparati verso l’America. Ora l’incubo è realtà: l’Europa è già nel mirino dei fondamentalisti.

Quando si ascolta Donald Trump ripetere che ha distrutto il nemico e, in pratica, ha già vinto la guerra, tornano in mente le affermazioni di Vladimir Putin e le immagini trasmesse ogni giorno dal 2022 dalle tivù del Cremlino: i russi, a questo punto, dovrebbero essere di nuovo arrivati a Kiev perlomeno un paio di volte. Pertanto: cosa aspetta Trump a riaprire lo stretto di Hormuz? E perché non occupa l’isola del petrolio iraniano o difende meglio il gas del Qatar? Ma poi da dove i fondamentalisti sparano i loro missili? Prepariamoci ad un’azione terrestre incisiva se il conflitto dovesse prolungarsi. I turchi, membri della Nato, porteranno le armi alla popolazione civile a Teheran, facendo collassare il regime, mentre il Mossad continua ad eliminare i suoi leader?

La difesa anti-droni dall’Ucraina

Non sarà, comunque, una passeggiata. I segnali ci sono tutti: per la prima volta nella storia un sofisticato caccia F-35 Usa da 100 milioni di dollari è stato colpito e l’attacco nel Golfo con sciami di Shahed ha reso necessario l’impiego d’urgenza di specialisti di difesa anti-droni ucraini. Quegli ucraini, ironia della sorte, presi a pesci in faccia per un anno da Trump! L’arte della guerra, è bene prendere atto, è cambiata nel 21esimo secolo.

Quale lezione trarre sul capitolo energia? Dimenticandosi di interessi particolari, l’Europa deve liberarsi da questo giogo al più presto, rivoluzionando o inventando soluzioni avveniristiche. Se la transizione verde, per i suoi alti costi, non lo permette oggi si pensi a mix da più fonti e si riapra la porta all’energia nucleare civile. Infine, chi sono finora i vincenti e i perdenti di questa guerra? Tra i primi va annoverata Tel Aviv che ha smantellato il programma nucleare degli ayatollah, i quali ufficialmente mirano alla distruzione di Israele. Poi certamente i produttori di petrolio (Russia, Canada, Norvegia) e quelli di carbone.

Le conseguenze geopolitiche

Tra i secondi vanno inseriti i Paesi arabi del Golfo, che hanno subìto un notevole ridimensionamento con la chiusura di Hormuz e l’attacco alle loro infrastrutture ora danneggiate; la Cina che appare un giocatore non in grado di rispondere alle sfide geopolitiche odierne soprattutto se l’Iran passerà sotto l’egida occidentale; Donald Trump se gli Stati Uniti non riusciranno a difendere meglio gli alleati del Golfo e non provocheranno la caduta del regime degli ayatollah. E la Nato con cui il presidente Usa ora se la prende? Ne esce rafforzata, poiché dimostra quanto l’Alleanza atlantica sia indispensabile in Europa per garantire la pace e la stabilità continentale. In ultimo: questo scossone finanziario globale rischia di allontanare la conclusione del conflitto ad Est. Putin, in chiara difficoltà economica interna, avrà adesso altri soldi per proseguirlo.

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