È complicato mettersi alle spalle la sconfitta

ITALIA. Hai voglia a dire che il «referendum è alle spalle, andiamo avanti»: la realtà è che il centrodestra è ancora sotto choc per una sconfitta che non aveva preventivato e rispetto alla quale si sentiva al sicuro.

«Comunque vada, il governo andrà avanti» aveva detto Giorgia Meloni convinta di essere in grado di non ripetere l’errore che condusse Renzi alle dimissioni dopo aver perso il «suo» referendum. E andare avanti è ancora la canzone che si ascolta in tutte le case della maggioranza, però guarda caso si accelera bruscamente sulla riforma elettorale. E allora l’ipotesi di provocare la chiusura anticipata della legislatura (che comunque è decretata da Mattarella, non da Meloni o dal governo) rimane sul tappeto, quantomeno come implicita minaccia. Perché minaccia?

La legge elettorale

Perché la legge elettorale cui sta pensando Fratelli d’Italia è un proporzionale con premio di maggioranza, senza collegi uninominali, ossia un meccanismo che premia i più forti (FdI) e punisce chi ha bisogno di avere i voti degli altri per far eleggere i propri candidati (cioè Lega e Forza Italia). Si sapeva che la Lega era fortemente contraria a imboccare questa strada; viceversa ieri dall’ufficio politico del Carroccio facevano sapere che tutto è tranquillo proprio mentre in due diverse circostanze Salvini spargeva ottimismo: «Andiamo avanti compatti ad affrontare le emergenze del Paese, in un momento del genere bisogna essere responsabili».

Una crisi che sarebbe bizzarra

Chissà. Certo la difficoltà del momento, con due guerre alle porte e una crisi che da energetica diventerà economica, l’idea di provocare una crisi di governo è quantomeno bizzarra come ha fatto notare uno che sta in trincea come il ministro della Difesa Crosetto. E anche Tajani ha ripetuto la stessa cosa indossando le vesti di ministro degli Esteri. Eppure se ne parla, e quando se ne parla c’è sempre un motivo, e non è, come scherza Donzelli, «il divertimento di qualche giornalista».

Il rimpasto al governo

E poi c’è una specie di rimpasto da fare, ora che va sostituita la ministra del Turismo e nominati ben cinque sottosegretari, l’ultimo quello che prenderà il posto di Delmastro. Meloni vorrebbe evitare il passaggio Quirinale-Parlamento-voto di fiducia, troppo rischioso, e fare una sostituzione rapida e chirurgica. Si dice che Urso potrebbe andare al Turismo (con soddisfazione del suo instancabile nemico Calenda che lo accusa di incompetenza sulle crisi industriali) mentre allo Sviluppo potrebbe arrivare Zaia, almeno così sembrava fino a quando qualcuno ha detto: perché noi della Lega, tra Giorgetti al Tesoro e Zaia all’Industria, ci dovremmo caricare di tutti i guai dell’economia, di Confindustria sul piede di guerra, delle categorie in rivolta? E così sembra che il nome di Zaia sia già tramontato.

I cambiamenti dentro Forza Italia

Non bisogna poi dimenticare due elementi potenzialmente destabilizzanti: il primo è ciò che sta accadendo dentro Forza Italia dove la famiglia Berlusconi (cioè Marina) lavora per un rinnovamento marcato del partito di cui per il momento ha fatto le spese Maurizio Gasparri ma che sembra indirizzato soprattutto alla leadership di Tajani.

I processi

Secondo elemento: le vicende giudiziarie. Quelle di Delmastro si stanno allargando (ieri si è dimessa una esponente a lui legata della Regione Piemonte), il «Fatto quotidiano» batte e ribatte su una vicenda in cui si fa il nome, a torto o a ragione, del vicepresidente della Camera Mulè, mentre in Sicilia il centrodestra che regge la giunta Schifani ribolle tra avvisi di garanzia, inchieste e lotte di corrente. Tutto ciò per dire che mettersi alle spalle una sconfitta come quella del 22 e 23 marzo è operazione molto complicata che esige dalla battagliera Giorgia Meloni molta abilità e altrettanta lucidità.

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