Il diritto globale, stress test e tramonto

MONDO. La geografia del conflitto globale si sta ridefinendo sotto i nostri occhi, ma ciò che colpisce non è soltanto la moltiplicazione dei fronti di guerra: è la progressiva, quasi silenziosa normalizzazione della violazione del diritto internazionale.

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Le tre principali guerre oggi in corso - in Europa orientale, in Medio Oriente e nel teatro asiatico allargato - non sono semplicemente crisi regionali tra loro scollegate, bensì veri e propri stress test per quell’architettura giuridica e politica costruita nel secondo dopoguerra con l’ambizione di impedire il ritorno della guerra come strumento ordinario di risoluzione delle controversie. Il principio cardine della sovranità territoriale, sancito dalla Carta delle Nazioni Unite, appare oggi sempre più come un riferimento evocato a intermittenza, più utile nei discorsi diplomatici che nelle scelte concrete. L’invasione di uno Stato sovrano, le operazioni militari condotte in assenza di un chiaro mandato multilaterale, le rappresaglie indiscriminate contro infrastrutture civili e popolazioni inermi. Tutto concorre a delineare uno scenario in cui le regole sono divenute mere variabili negoziabili, piegate agli interessi geopolitici del momento.

Nel conflitto europeo, la violazione dell’integrità territoriale ha riaperto fratture che si ritenevano definitivamente superate con la fine della Guerra Fredda. La logica delle sfere di influenza, che il diritto internazionale avrebbe dovuto archiviare, riaffiora con forza, mostrando quanto sia fragile il principio di autodeterminazione quando si scontra con ambizioni strategiche e percezioni di sicurezza nazionale. Nel Medio Oriente, invece, assistiamo a un’escalation continua in cui il principio di proporzionalità - uno dei pilastri del diritto dei conflitti armati - viene sistematicamente aggirato, mentre la distinzione tra obiettivi militari e civili si assottiglia fino quasi a scomparire, con conseguenze umanitarie devastanti. Infine, nello scenario asiatico, tensioni crescenti e conflitti a bassa intensità rischiano di degenerare in crisi aperte, in un contesto dove il rispetto delle convenzioni internazionali appare subordinato alla dimostrazione di forza e alla deterrenza.

Il nodo più critico, tuttavia, riguarda l’erosione della credibilità delle istituzioni internazionali. Gli organismi deputati a garantire il rispetto delle norme risultano sempre più spesso paralizzati da veti incrociati e da una evidente asimmetria di potere tra gli Stati. Il diritto internazionale, nato per limitare l’arbitrio della forza, sembra oggi ostaggio proprio di quella forza che avrebbe dovuto disciplinare. Questa crisi normativa non è soltanto giuridica, è anche una crisi politica e culturale. Se le regole non vengono rispettate, o se vengono applicate in modo diseguale, si alimenta un clima di sfiducia sistemica. Gli Stati più deboli percepiscono l’iniquità di un sistema che non li protegge realmente; quelli più forti si sentono implicitamente autorizzati a ignorarlo. Ne deriva un circolo vizioso che mina alle fondamenta qualsiasi prospettiva di ordine internazionale stabile e condiviso.

Le guerre in corso sono il sintomo evidente di una crisi più ampia, che riguarda il modo in cui la comunità internazionale concepisce sé stessa, i propri limiti e le proprie responsabilità

Eppure, la risposta non può essere il ripiegamento nel cinismo o l’accettazione passiva di un mondo governato esclusivamente dalla legge del più forte. Rinunciare al diritto internazionale significherebbe sancire il fallimento di uno dei più ambiziosi progetti politici della modernità. Al contrario, è necessario interrogarsi con urgenza su come riformarlo, rafforzarlo e renderlo effettivamente vincolante, riducendo gli spazi di ambiguità e le possibilità di applicazione selettiva. Ciò richiede una volontà politica che oggi appare frammentata, ma non per questo impossibile da ricostruire.

Le guerre in corso sono il sintomo evidente di una crisi più ampia, che riguarda il modo in cui la comunità internazionale concepisce sé stessa, i propri limiti e le proprie responsabilità. Se il diritto diventa opzionale, la pace diventa un’eccezione fragile. E questa, più di ogni altra, è la realtà che il nostro tempo ci obbliga a riconoscere e, se possibile, a correggere prima che diventi irreversibile.

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