Il risiko diplomatico e lo status della Russia

MONDO. Si deve pensare in grande se si ritiene di essere una superpotenza. E la Russia di Putin ha l’ambizione di essere ancora tale. Il nodo territoriale del Donbass, ufficialmente l’intralcio alla tregua in Ucraina, appare oggi solo uno specchietto per le allodole. In queste ore, sul tavolo negoziale, ci sono poste ben più consistenti.

E riguardano i nuovi equilibri internazionali, che i Maga americani intendono adesso definire a tavolino. Il Cremlino, che in Ucraina è impantanato da quattro anni, ci va a nozze in una partita del genere. Ma ricostruiamo il puzzle.Primo: giovedì 5 febbraio è scaduto il periodo legale di applicazione del trattato «New Start», l’ultimo accordo esistente per la limitazione delle armi tra Mosca e Washington. Esso si riferisce alle testate nucleari per i missili a lunga gittata - 1.550 a testa. Putin ha espresso a più riprese la disponibilità della Russia di allungare di un anno questo trattato per avere il tempo di negoziarne uno nuovo e la Casa Bianca ha accettato solo il 5 febbraio, ma con riserva.

In realtà gli americani sono soprattutto preoccupati di indossare una camicia di forza, il «New Start», mentre i cinesi aumentano di 100 testate l’anno i loro arsenali. Al momento ne avrebbero circa 600 e mirano a tappe forzate a colmare il gap. Washington vorrebbe che Pechino aderisse ad una nuova versione dello Start - ma a tre - in maniera da bloccare l’attuale situazione.

Putin ha espresso a più riprese la disponibilità della Russia di allungare di un anno questo trattato per avere il tempo di negoziarne uno nuovo e la Casa Bianca ha accettato solo il 5 febbraio, ma con riserva

La deregulation completa chiaramente favorisce americani e cinesi e i russi rischiano di vedere ridotto il loro status di Paese nucleare a causa delle attuali scarse disponibilità finanziarie per lo sforzo in Ucraina.

Secondo: la cacciata di Assad da Damasco ha rappresentato una spaventosa sconfitta geopolitica per il Cremlino, il cui ruolo in Medio Oriente è stato ridimensionato. Adesso in discussione vi è la sorte delle sue basi in Siria.

Nell’arco di poche ore sono giunti a Mosca il nuovo leader siriano Al-Sharaa e il presidente degli Emirati Arabi Uniti. Non si dimentichi che ad Abu Dhabi si sono tenuti i colloqui sull’Ucraina. Due visite casuali? O vi è dell’altro?

Terzo: Sempre questione geopolitica. Mentre l’emissario di Putin Dmitriev passa tanto tempo in Florida, si apprende da fughe di notizie (autorevoli!) d’oltreoceano che le garanzie di sicurezza per Kiev sarebbero già state definite, ma purtroppo nulla da fare per il Donbass.

Contemporaneamente gli europei parlano di futura presenza di loro truppe in Ucraina, una possibilità che il Cremlino ha sempre considerato irricevibile. Trump vuole Putin al suo fianco nella crociata anti-cinese proprio adesso che Xi Jinping ha appena fatto arrestare gli ultimi membri del potentissimo Comitato di Difesa delle Forze armate, tra i quali pure un suo amico d’infanzia. Il «Wall Street Journal» scrive al riguardo che l’intervento a Taiwan si avvicina. Trump sta inoltre bloccando il petrolio russo diretto in Cina via India, lo stesso vale per quello iraniano. Ecco perché Xi Jinping è riapparso a livello internazionale.

Per tutte le ragioni fin qui esposte – abbiamo tralasciato (ma non dimenticato) l’Iran degli ayatollah, alleato della Russia, pressato oggi dagli Usa - ma a Putin cosa può interessare il Donbass, area mezza distrutta dal conflitto, quando in gioco vi è lo status della Russia nel XXI secolo? In breve: dietro alle quinte le diplomazie stanno preparando un mega-risiko, fatto di dare e di avere. Presto i leader decideranno se approvarlo, ma non è detto che lo faranno.

© RIPRODUZIONE RISERVATA