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MONDO. Oggi le elezioni in Ungheria, da inserire nella catena di comando che va da Trump fino a Putin, transitando nella periferia italiana.
Oggi si decide il futuro politico di Orbán, l’ex liberale e anticomunista che ha trasformato la giovane democrazia ungherese in una autocrazia elettorale, mutandola in succursale e «talpa» europea della Russia, omaggiata dall’America. Per questi motivi le elezioni vanno inserite nella catena di comando che va da Trump fino a Putin, transitando nella periferia italiana. Il voto dirà quindi dello stato di salute dell’arcipelago sovranista ostile a quella comunità di diritto che si chiama Unione europea, punto di convergenza fra lo zar e il presidente americano. La sensazione è che questo mondo, magari non domani ma forse in un futuro ravvicinato, stia esaurendo la propria spinta propulsiva per i troppi guasti procurati alla convivenza umana. Auspicio suggerito dai fatti, prima che dalle opinioni, e dalla lezione della storia. Cominciamo dall’Europa. La fase 2 del sovranismo, versione aggiornata del nazionalismo, vede queste forze in formato parassitario: prendono i benefit e i Fondi europei e non danno in termini di integrazione e solidarietà politiche. Prima combattevano la Ue dall’esterno, ora che ne fanno parte non sanno come contrastarla e intanto incassano. Nessuna reinterpretazione costruttiva.
Personaggi come Orbán fanno a Bruxelles ciò che fanno a casa loro: svuotano la democrazia dall’interno. Passiamo a Trump, l’uomo che ha legittimato e rafforzato la sfida sovranista, cioè l’avversario politico del liberalismo. Lo ha fatto, e lo fa, con due infelici azioni conseguenti: cerca di forzare ogni limite al proprio potere in chiave interna e internazionale con gli strumenti di una potenza arrogante. Armi, business e, nel riferimento alla civiltà iraniana, persino un’intenzione profondamente barbarica come l’ha definita l’ambasciatore Pasquale Ferrara. Trump, al pari di Putin, vuol dire guerra, quindi distruzione di vite e di economie, scempio dei diritti e delle relazioni internazionali. Ma, ed è qui il punto, tutto ciò che è riconducibile al tycoon, quindi la filiera che comprende Orbán e non solo, comincia a pagare pegno. Di fronte alla guerra cambia tutto, non solo lo sguardo verso gli Usa e l’Occidente.
Cambiano le prospettive dei cittadini, soprattutto muta radicalmente il sentimento e l’animo delle persone. L’angoscia sta in una domanda ricorrente, stravolgendo l’esistenza quotidiana: «Ma cosa sta succedendo?». Il presente già è gramo e il futuro a rischio: benzina, bollette, inflazione e, chissà, i tassi. Qualche pezza verrà messa, ma gli esperti concordano su un aspetto: forse l’emergenza sarà superabile, ma con strascichi dolorosi e valutabili nel tempo. C’è la consapevolezza che la stessa perdita di umanità, della «pietas», abbia costi tangibili. Le destre radicali escono (ulteriormente) delegittimate dalle spallate violente del sovranismo e dai pericoli imposti dal fremito estremista che percorre l’Occidente. Il consenso a Trump è in caduta libera pure in Italia e aspettiamo l’esito in Ungheria. Qualcosa, da noi, s’è visto anche con la sconfitta del referendum sulla giustizia.
Quanto pesano le guerre di Trump e la «democrazia illiberale» di Orbán sull’immagine di Giorgia Meloni, in passato non estranea alla ribellione antiliberale? Sono gli eventi, cioè la realtà, a mettere le scelte della premier a ridosso di un crinale che potrebbe non esserle più favorevole. La Meloni di oggi non è sovrapponibile al club oltranzista dei bastian contrari, ma è lei ad aver invocato il Nobel per la pace a Trump e ad aver sostenuto in un video il guastatore di Budapest, auspicandone di fatto il successo.
Andrea Lavazza, su «Avvenire», ha osservato che, alla maniera di Penelope, di giorno tesse la tela di un’Europa più forte e di notte la disfa, favorendo il maggior nemico di quella idea. La leader della destra italiana, con il suo trumpismo a bassa intensità e in fase di sorvegliato sganciamento, non ha aggirato le questioni più imbarazzanti, ma non ne ha sciolto le contraddizioni. I conti ancora non tornano per chi non sceglie fra discusso equilibrismo e chiarezza culturale, restando sospesa in una collocazione indefinita. Qualcosa non quadra nell’essere amici e nell’assemblare Ursula von der Leyen e Orbán, Trump e l’Europa.
Si dirà, dalle parole della premier, che l’intento è tenere unito l’Occidente, ma quale Occidente? Quello di Orbán e Trump? Quello in seria crisi di idee, valori e strategie, della logica di potenza? Proprio perché stiamo attraversando un passaggio d’epoca senza precedenti avremmo bisogno di un nuovo pensiero, anche autocritico, che restituisca piena cittadinanza alla democrazia e alle istituzioni internazionali come necessità storica: è quel che ha ripetuto il Presidente Mattarella nella visita a Praga con la saggezza dello sguardo lungo. Perché, diceva De Gasperi, il politico guarda all’oggi mentre lo statista è colui che fa la storia, perché guarda al futuro.
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