La Questione iraniana tra rischi e prudenza

MONDO. La crisi prolungata (i disordini sono in corso dal 28 dicembre) e profonda (di fatto l’intero Paese è coinvolto) dell’Iran rischia di indurre l’osservatore ad analisi sommarie, tese a ridurre il problema ai suoi minimi termini: i giovani (l’età mediana è di 31 anni) contro un regime di vecchi, le città contro le campagne, dittatura contro democrazia e così via.

Basta però osservare l’atteggiamento di coloro che conoscono bene, e soprattutto da vicino, il problema per capire che c’è molto di più. La Turchia, storica rivale degli ayatollah, tramite il ministro degli Esteri Hakan Fiddan ha diffidato Israele dall’immischiarsi, accusandolo di sobillare le proteste e prevedendo che le interferenze esterne non riusciranno a far cadere il regime di Teheran. E l’Arabia Saudita, che solo qualche anno fa era arrivata a minacciare lo scontro militare con l’Iran, oggi soprattutto osserva, e tace. Anche gli Stati Uniti, a dispetto dei pronunciamenti di Donald Trump o di figure molto esposte ma di relativo peso politico come il senatore Lindsey Graham, si muovono con piedi di piombo: i movimenti delle loro forze militari, per ora, sono molto più ridotti di quelli che precedettero la cosiddetta «guerra dei 12 giorni». Tutto questo perché, appunto, la questione iraniana ha mille sfumature che tendiamo a sottovalutare. La prima è che qualunque intervento esterno, soprattutto se israelo-americano, potrebbe rafforzare gli ayatollah anziché indebolirli, perché neanche a chi protesta piace l’idea che siano Gerusalemme e Washington a decidere le sorti del Paese. In Iran non c’è una Maria Corina Machado che invoca l’intervento militare americano. Forse solo Mohammed Reza Pahlevi, il figlio dello Scià, la cui forza risiede soprattutto nell’esposizione mediatica Made in Usa.

E poi la protesta degli iraniani non ha un’anima sola. A Teheran e nelle altre grandi città si sono fermati i bazar, che nel 1979 furono il propulsore della Rivoluzione islamica. Ma le ragioni dei bazarì, che hanno in mente soprattutto il disastro economico, le sanzioni che bloccano i commerci e l’inflazione che divora i guadagni, coincidono solo in parte con quelle degli studenti universitari o delle donne, stanchi della soffocante stretta della teocrazia. Allo stesso modo, c’è un’importante parte della popolazione che, tanto nelle città come nelle province, trae reddito dalle bonyad, le fondazioni gestite dai religiosi che hanno le mani sui settori fondamentali dell’economia dell’Iran, distorcendola, ma funzionano anche da redistributori di ricchezza. E non sono esseri perversi e misteriosi arrivati da chissà dove ma iraniani come tutti gli altri.

La fedeltà dei pasdaran

Due altre considerazioni potrebbero essere importanti. Nella lunga serie cominciata nel 2009 con la contestazione alla rielezione di Mahmoud Ahmadinejad, le proteste si sono fatte sempre più convinte e, anzi, aggressive. Scontri con la polizia, roghi (e assalti ai pompieri che cercavano di spegnerli), distruzione di edifici pubblici e persino sparatorie come in queste settimane non si erano mai visti prima. E la ferocia della repressione è cresciuta di pari passo. Ma, ed ecco la seconda considerazione, l’apparato repressivo degli ayatollah non mostra segni di cedimento. A dispetto di quanto successo durante la guerra con Israele e Usa, con la decimazione dei quadri di comando, e di quanto potrebbe di nuovo succedere, e di fronte all’evidente inadeguatezza interna ed esterna del regime, pasdaran e basij reggono l’urto e almeno per ora non mostrano segni di cedimento o infedeltà. Anche a costo di provocare un numero enorme di vittime.

I timori di focolai in Medio Oriente

È per questo che, a dispetto del giudizio negativo praticamente unanime che circonda la Repubblica islamica, intorno alle sue convulsioni si registra molta prudenza. Il crollo dell’attuale regime difficilmente aprirebbe la strada a una prudente transizione verso la democrazia o, comunque, verso un assetto politico meno autocratico. La prospettiva più credibile, almeno allo stato attuale delle cose, è quella di una guerra civile che potrebbe avere conseguenze devastanti. Non solo sulla popolazione iraniana ma anche sull’assetto politico e persino geografico dell’area, inquieta sotto ogni punto di vista. A Est, partendo da Sud, l’Iran confina con il Pakistan attraverso la regione del Belucistan, attraversata da forti spiriti indipendentisti e islamisti; poi con l’Afghanistan, verso cui gli ayatollah hanno di recente fatto deportare centinaia di migliaia di immigrati. A Ovest c’è l’Iraq, dove abbondano le milizie filo-iraniane; e poi le petro-monarchie del Golfo Persico, con le loro ricchezze e l’antica ostilità dei sunniti nei confronti degli sciiti iraniani. Un Iran avvolto dalle fiamme di una guerra intestina potrebbe accendere altri focolai in un Medio Oriente che di conflitti non sente certo la mancanza.

Ecco dunque perché la crisi degli ayatollah viene maneggiata con cura. Un conto era bombardare i siti del nucleare sperando che il regime cadesse da solo. Cosa ben diversa è bombardare il regime sperando di farlo cadere, senza avere garanzie di quel che succederebbe dopo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA