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MONDO. Europeisti contro sovranisti. La battaglia campale di Budapest deciderà il futuro del Vecchio continente.
Unione europea prossima potenza in un mondo popolato da prepotenti o periferia della nuova globalizzazione con tutti i pericoli che ne conseguono, compresi quelli riguardanti la sicurezza nazionale, mai così in bilico dalla fine della Guerra fredda? Da una parte Péter Magyar, ex sostenitore del presente corso, ex diplomatico deluso, che ha scoperchiato la corruzione del potere e intende riportare Budapest nell’alveo continentale. Dall’altra Viktor Orbán, leader muscolare, «bastian contrario», orfano della Grande Ungheria, che ha litigato con Bruxelles e ha costruito nei 16 anni da premier un regime etichettato dalle opposizioni come «democrazia illiberale».
Lo scontro è anche geopolitico. Russia, Cina e Stati Uniti lavorano per la riconferma di Orbán, sperando di farlo diventare un bulldozer per abbattere la costruzione europea. Nella campagna elettorale piena di colpi bassi, ne sono venute fuori di tutti i colori. Le rivelazioni, certamente fatte uscire ad arte dai servizi segreti, sono state la fortuna dei media internazionali. «Sono al tuo servizio» ha detto Orbán a Vladimir Putin in una conversazione telefonica, due settimane prima che l’Ungheria firmasse un Patto di cooperazione con la Russia, tenuto segreto per mesi. Si è pure scoperto che il suo ministro degli Esteri, da anni, passava informazioni al collega di Mosca Lavrov sui vertici dell’Ue. Non c’è, quindi, da stupirsi sulle ragioni del recente veto posto dall’Ungheria al pacchetto di aiuti all’Ucraina da 90 miliardi di euro. La battaglia è anche ideologica, come ha dimostrato l’arrivo a Budapest per sostenere Orbán del vicepresidente Usa Vance, che si è lanciato in sproloqui contro gli «euroburocrati». Ovunque nel mondo le estreme destre hanno utilizzato il medesimo schema per scalare il potere. Si sono proposte come argine al nuovo e al progresso, ma soprattutto per lavare l’onta delle presunte offese o traumi subiti (il crollo dell’Urss, in Russia; la decadenza della Superpotenza, in Usa; il Paese perduto, in Ungheria). E così facendo hanno poi giustificato politiche nazionaliste e populiste, imposto sbalorditivi giri di vite alle loro società. L’allargamento ad Est dell’Ue nel 2004 in Europa centrale, va ribadito, avvenne più per ragioni storiche e geopolitiche che per vera condivisione degli ideali comunitari. Un errore che si dovrà evitare, quando toccherà ai Balcani e all’Ucraina.
Un ulteriore elemento. Ovunque, dalla Polonia alla Slovacchia, dall’Ungheria alla Repubblica ceca, si osserva la medesima frattura tra le grandi città, ricche, liberali e progressiste, e le impoverite province conservatrici e tradizionaliste, frattura aggravata da passate politiche ultra liberaliste. Orbán parla di fine del mondo, di scelta tra guerra e pace. È sempre la stessa storia, quando certi personaggi divisivi rischiano la poltrona. Una cosa è, però, certa. Come nel XVII secolo la cavalleria ungherese salvò l’Europa sotto le mura di Vienna dall’avanzata turca, oggi gli elettori ungheresi hanno la possibilità di rilanciare l’Europa e la sua democrazia contro le autocrazie. Speriamo che non se la facciano scappare.
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