L’eredità e la fine del partito azienda

ITALIA. Media e social media sono impazziti per l’apertura del testamento di Silvio Berlusconi.

È l’argomento del giorno. Forse inevitabile, perché intorno al Cavaliere c’è sempre stata un’aura di saga familiare e di «game show», come l’omonimo programma di Amadeus: cosa avrà lasciato ai figli della prima moglie? E a quelli della seconda? E la sua ultima compagna Fascina? Spunterà qualche persona segreta, una dama bianca? Farà beneficenza? Ci sarà una Fondazione, come quella creata per la pace da Albert Nobel? Niente di tutto questo. O quasi. Le volontà del fondatore di Fininvest vanno nel segno della continuità: l’impero imprenditoriale a Pier Silvio e Marina, il resto della sua fortuna agli altri tre figli, poi alla compagna. L’unica sorpresa è costituita dai trenta milioni all’amico Marcello Dell’Utri, il fondatore di Publitalia e convinto sostenitore della «discesa in campo» del Cavaliere, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa. Nemmeno lui se l’aspettava e da ieri non fa altro che piangere per quell’inaspettato dono.

Ma come detto, l’eredità di Berlusconi si chiama Berlusconi, nel senso di Pier Silvio e Marina, chiamati a proseguire la loro missione nella galassia mediatica. Una missione di tipo aziendale, più che politica. Fateci caso, non ci sono esponenti di Forza Italia nel testamento di Berlusconi. Ed è come se da bravo milanese percepisse l’esigenza di una solidità materiale fondata sul lavoro e sui «dané», da tramandare ai suoi affetti più cari. Non dimentichiamo che non ha lasciato un delfino: c’è una lunga fila di prediletti poi sconfessati perché privi del «quid» e vai a capire che diavolo ci fosse dentro questo «quid».

Fatto sta che il «quid» ce l’hanno i suoi figli, a cominciare da Marina e Pier Silvio, che insieme raggiungono il 53% del gruppo. La rotta sembra tracciata. L’eredità probabilmente segna la fine del partito-azienda. Come controprova di questa visione non dimentichiamo che più o meno nelle stesse ore in cui il notaio apriva le buste (la uno, la due e la tre, come Mike Bongiorno) negli studi di Cologno Monzese venivano presentati i palinsesti Mediaset. «Penso che la politica sia un mestiere serio, da studiare e imparare, quindi non mi pare giusto buttarsi così, senza esperienza. Allo stesso tempo non è giusto lasciare le cose a metà: Mediaset è importante, ritengo di dover rimanere qui a fare il mio mestiere. E poi, ed è la cosa più decisiva di tutte, ad oggi non c’è nessuna emergenza: per la prima volta dopo tanti anni c’è un governo votato dagli elettori, che sta facendo del suo meglio». Così parlò Pier Silvio, uno dei due leader più accreditati a sostituire Berlusconi, insieme ovviamente a Marina.

Ma anche la Tv dei fratelli Berlusconi più che alla politica guarda all’informazione. La linea tracciata, dunque, in vista dell’obiettivo di costruire un grande «agglomerato europeo» con altri editori (al momento, la partnership è con Spagna e Germania) è limitare il più possibile la cosiddetta Tv spazzatura, a partire dagli eccessi nei reality. Con programmi più sobri e seri. E non dimentichiamo il passaggio di Bianca Berlinguer, la figlia del segretario del Partito Comunista Enrico, come un pennacchio da esibire quasi come una conquista. L’ex colonna del Tg3 modello Telekabul di Sandro Curzi approda ora a Rete 4, dove si alternerà a «Stasera Italia» con Nicola Porro e Augusto Minzolini, oltre ad avere un programma di approfondimento settimanale tutto per sé. Una professionista di valore, ma anche la figlia di un segretario del Pci che finisce nell’impero creato dall’anticomunista viscerale Silvio Berlusconi. I tempi cambiano. Il comunismo è morto e anche il partito azienda non si sente troppo bene.

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