Letta-Meloni: la sfida anche fuori dall’Italia

Il duello tra Giorgia Meloni ed Enrico Letta è ormai cominciato e l’avvio è avvenuto sul terreno più delicato: la scena internazionale. Se la Meloni aveva rassicurato i giornali stranieri sul fatto che lei ha tagliato le radici neo-fasciste (subito però rimbeccata da «la Repubblica» con la pubblicazione di un vecchio video in cui si vede l’allora giovane militante del Msi definire Mussolini il miglior statista italiano), Letta si è fatto intervistare dalla Cnn per mettere in guardia dai rischi per l’Italia e per l’Europa di una vittoria delle destre enumerando tre «follie» del programma di Meloni-Salvini-Berlusconi: fidejussione per gli stranieri che vengano ad investire in Italia, blocco navale anti-immigrazione, rinegoziazione del Pnrr.

Non solo: Letta ha ricordato che gli alleati della Meloni e del centrodestra in Europa sono Marine Le Pen e Viktor Orban che, insieme a Putin e a Trump, sarebbero - sempre secondo il segretario del Pd - i più contenti di un successo elettorale dei loro amici italiani. Per tutta risposta la Meloni ha criticato Letta definendolo «non patriottico» perché parla male dell’Italia all’estero. «Non parlo male dell’Italia ma del vostro programma» è stata la controreplica. Sipario. Ma solo per ora.

Meloni e Letta vogliono essere i protagonisti assoluti di questa competizione: entrambi puntano ad essere quelli che portano il loro partito al primo posto in Italia; sanno che la partita sarà giocata per uno o due punti percentuali (23-25%) per cui la lotta è e sarà all’ultimo sangue. Nessuno dei due naturalmente vuole altri giocatori in campo, ed è per questa ragione che entrambi si sono trovati d’accordo almeno su un punto, respingere la proposta di confronti tv tra tutti i protagonisti della campagna elettorale. Potrebbero però accettare un confronto a due che sancirebbe la primazia di entrambi nei reciproci schieramenti.

A chi gioverà questa polarizzazione a due? Difficile dirlo adesso. Però Letta ha un vantaggio: attacca l’avversaria - più che sulla difesa della Costituzione dalla rinascita fascista - sullo scivoloso terreno dell’isolamento internazionale del centrodestra e della Meloni (candidata premier di fatto) nonostante quest’ultima si sia prodigata nel mandare segnali di fedeltà atlantica in questi mesi di guerra tra la Russia e l’Ucraina. Da questo punto di vista non è sfuggita la frase da lei pronunciata ieri quando, spiegando le ragioni della lotta all’immigrazione clandestina, ha detto tra l’altro, che c’è chi con gli sbarchi vuole destabilizzare l’Italia e l’Europa e che questo non può essere consentito. Dietro questa frase c’è un attacco a Putin e alle manovre del Cremlino per incrementare, attraverso l’alleato libico Haftar, proprio gli sbarchi in Italia. Come si capisce, una frase «rassicurante».

Peccato che cada nel giorno in cui ancora una volta Salvini si deve difendere di essere uno dei leader occidentali legati a Mosca («Non ho collaborazioni economiche con Russia Unita» risponde a chi gli ricorda che la Lega e il partito di Putin in anni passati firmarono impegni scritti di reciproco sostegno). Una situazione, quella del leader leghista, che espone la Meloni agli attacchi dell’avversario e accentua il fatto che in Europa questo centrodestra non ha alleati su cui appoggiarsi. Fortunatamente per la leader di Fratelli d’Italia, però, ieri è stata anche una giornata nera per il Nazareno e il sindaco di Roma Gualtieri per la bruttissima vicenda del capo di gabinetto del Campidoglio sorpreso mentre minacciava sulla pubblica via dei compagni di partito e quindi costretto rapidamente alla dimissioni.

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