Medioriente rischio caos, chi beneficia della guerra

MONDO. Israele, dopo aver subito la strage del 7 ottobre del 2023, ha contrattaccato con un piano di espansione territoriale destinato a investire Gaza, la Cisgiordania e porzioni sempre più evidenti di Libano e Siria, destinate a replicare la sorte delle Alture del Golan siriano, occupate dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 e annesse nel 1981.

Le ragioni dell’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran sono, dopo tutto, brutalmente elementari. Israele, dopo aver subito la strage del 7 ottobre del 2023, ha contrattaccato con un piano di espansione territoriale destinato a investire Gaza, la Cisgiordania e porzioni sempre più evidenti di Libano e Siria, destinate a replicare la sorte delle Alture del Golan siriano, occupate dopo la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 e annesse nel 1981.

L’unico vero ostacolo a questo piano era l’Iran, con la sua rete di proxy. Eliminati o ridimensionati Bashar al-Assad, Hamas e Hezbollah, non restavano che Alì Khamenei e i suoi pasdaran. Per gli Usa il discorso è diverso ma le conclusioni analoghe. Alle prese con una crisi di ruolo, Donald Trump ha tentato di rifare grande l’America con il ricatto economico: dazi esagerati per accedere al grande consumismo degli Usa, oppure investimenti per contribuire a reindustrializzarli. Sconfitto sul campo interno (vedi sentenza della Corte Suprema) e contrastato su quello esterno (India e Cina, per fare due esempi, non l’hanno certo assecondato), è ricorso alla straordinaria superiorità militare degli Usa mettendo nel mirino le risorse energetiche globali. Prima il Venezuela, ora l’Iran, tra i due la Groenlandia nel modo maldestro che sappiamo, da lungo tempo la Russia, inseguita e attaccata nei suoi vecchi feudi petroliferi, dall’Iraq al Venezuela alla Serbia. Trump, che guida il primo produttore di petrolio al mondo, vuole controllare il mercato dell’energia e, attraverso quello, le strategie politiche ed economiche globali.

Tutto questo spiega perché sia Israele che gli Usa appaiano, e siano almeno nel breve e medio periodo, quasi indifferenti alle conseguenze della loro ultima impresa militare, a partire da quella che sembra più probabile anche perché da loro auspicata: una lunga stagione di scontro e guerra civile in Iran che, aggiungiamo noi, potrebbe gettare nel caos una larga parte del Medio Oriente. È difficile fare previsioni, ma alcune avvisaglie già si vedono. I colpi che l’Iran ha scagliato a destra e manca hanno spinto il Qatar a bloccare l’esportazione di Gnl, il Kuwait a interrompere lo sfruttamento di alcuni giacimenti di petrolio e l’Arabia Saudita a reindirizzare i suoi barili verso il porto di Yanbu sul Mar Rosso, vista la chiusura dello Stretto di Hormuz. Il risultato è l’aumento improvviso del prezzo di gas e petrolio, destinato a colpire soprattutto i Paesi che ne sono sprovvisti, Unione europea e Cina in testa a tutti.

Tutto questo è già successo. Altre cose potrebbero succedere, però. Gli analisti americani fanno notare, per esempio, che attraverso lo Stretto di Hormuz non passano solo gas e petrolio ma anche i fertilizzanti, che in Medio Oriente sono prodotti in abbondanza. Fermare quel flusso potrebbe avere ripercussioni serie sulla produzione agricola, con aumenti del prezzo del pane entro sei-dieci settimane e della carne di pollo e di maiale entro sei mesi. Altri studiosi e con loro i dirigenti dell’Organizzazione mondiale delle migrazioni, temono un’ondata verso l’Europa soprattutto da Iran e Libano, in una misura almeno pari a quella del 2015-2016, quando un milione di siriani e afghani cercarono rifugio da noi. Il tutto al netto degli esiti più strettamente politici. La Russia, grazie alla crisi innescata da Israele e Stati Uniti, sta ricevendo una massiccia iniezione di denaro fresco: le raffinerie indiane (che nel primo trimestre 2026 hanno ridotto di mezzo milione di barili le forniture da Mosca) ieri ritiravano il petrolio russo Urals a un prezzo e in quantità impensabili un mese fa. La Cina come reagirà alla pressione energetica degli Usa? Potrebbe, in risposta, accelerare su Taiwan? E le petromonarchie del Golfo Persico, stabili ma non inattaccabili? E la Turchia, alle prese con l’espansionismo israeliano?

Sono scenari possibili, non inevitabili. Molto dipenderà dai tempi della crisi. Quanto più durerà la guerra, quanto più l’Iran riuscirà a resistere agli attacchi e a minacciare le risorse naturali e i corridoi commerciali del Medio Oriente, tanto maggiore sarà il rischio di un infarto politico-economico su vasta scala. E quindi non si sa cosa sperare. Perché una guerra rapida deve essere anche intensa. Il che, nelle modalità delle guerre contemporanee, vuol dire un numero enorme di vittime civili.

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