Naufragi fantasma, se il mare si ribella

MONDO. In seguito alle mareggiate che hanno colpito il Sud Italia, nei giorni scorsi sulle coste siciliane e calabresi sono stati ritrovati i corpi di una quindicina di migranti.

«Sembra che neppure il Mediterraneo voglia più essere complice di queste morti», ha affermato padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, sede romana del Servizio dei gesuiti per i rifugiati, un’organizzazione internazionale attiva in 58 Stati con la missione di accompagnare, servire e difendere i diritti di chi fugge da guerre e violenze. Secondo l’Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim), almeno 33mila persone (3.500 erano bambini o adolescenti) hanno perso la vita fra il 2014 e l’anno scorso nel tentativo di raggiungere l’Europa attraversando il Mare Nostrum, il 78% lungo la rotta centrale, soprattutto partendo dalla Libia per l’Italia. Almeno, perché i numeri non sono in grado di definire le vittime dei cosiddetti «naufragi fantasma» che avvengono privi di testimoni, risucchiati nell’oblio. La conferma di queste morti senza traccia arriva da chi cerca i propri cari da anni non avendone più notizia, anche attraverso il programma «Restoring family links».

Secondo i dati del Viminale, in Italia nel 2025 sono sbarcati 66.296 migranti rispetto ai 66.617 del 2024 e al picco del 2023 (157.651) con un calo del 57,95%. Si tratta di numeri gestibili, se il governo non avesse smantellato il sistema dell’accoglienza diffusa sul territorio. Ma le tragedie in mare non si fermano: ancora l’Oim ha segnalato 450 vittime dallo scorso gennaio, tre volte rispetto allo stesso periodo del 2025. Secondo l’organizzazione non governativa «Refugees in Lybia» sarebbero circa mille gli immigrati scomparsi nel canale di Sicilia travolto dal ciclone Harry tra il 14 e il 21 gennaio scorsi. Però né l’Italia né altri Stati hanno sentito l’urgenza di una reazione per verificare le scomparse (segnalate anche in questo caso da parenti di chi si è imbarcato da Tunisia e Libia) e perlustrare il tratto di mare dei naufragi mettendo in atto possibili azioni di salvataggio.

Anzi, il 12 febbraio scorso il governo Meloni ha approvato il disegno di legge per l’attuazione del Patto dell’Unione europea sulla migrazione e l’asilo che rafforza i meccanismi di inammissibilità delle domande di asilo, consentendo trasferimenti verso Paesi terzi prima che sia garantito un ricorso effettivo, istituzionalizzando l’esternalizzazione dell’asilo senza garantire la protezione delle persone. Nulla è previsto per rispondere alla tragedia del «cimitero Mediterraneo» in atto da almeno 30 anni e quindi non più qualificabile come emergenza. La si può liquidare con l’evidenza cinica del «non dovrebbero partire» ma non risolve il fatto che chi fugge da guerre, persecuzioni e fame scappa comunque, mosso da un’urgenza più grande degli appelli. Diverse ricerche hanno poi smentito la tesi del cosiddetto «pull factor» (fattore di attrazione), secondo cui la presenza in mare di imbarcazioni umanitarie attirerebbe le partenze dei migranti.

Salvare la vita dovrebbe essere una priorità per l’Europa che in questi mesi nei discorsi pubblici dei suoi leader sulla politica muscolare e spietata di Donald Trump (negli Usa e all’estero) ha voluto marcare una diversità , qualificandosi come terra dello Stato di diritto, di «valori» figli di una diversa civiltà. Trarre in salvo persone non è sinonimo dell’«accogliamoli tutti» ma risponde a una vecchia legge del mare dalla quale non si può abdicare. Invece in questi anni il governo italiano ha messo in atto provvedimenti che ostacolano addirittura l’azione delle navi di soccorso delle ong nel Mediterraneo.

L’Europa potrebbe farsi invece promotrice di una conferenza internazionale per cercare risposte umane coinvolgendo i Paesi di partenza e di approdo dei migranti, organismi internazionali che hanno competenze specifiche, come l’Oim e l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, e le stesse organizzazioni non governative che operano nel Mare Nostrum valorizzando la loro esperienza. I corpi che il mare sta restituendo lungo le coste siciliane e calabresi sono la denuncia più tragica di un fallimento morale prima ancora che politico.

© RIPRODUZIONE RISERVATA