(Foto di Ansa)
ITALIA. L’undicesima medaglia d’oro, se ci impegnassimo, la potremmo vincere in uno sport in cui noi italiani siamo campioni: parlare male di noi stessi.
Ma quella è l’unica medaglia che qui non vogliamo provare a vincere, perché l’Italia, queste Olimpiadi invernali le ha vinte, oggettivamente. Sulle piste, e non senza orgoglio possiamo dirlo: anche fuori. Perché come sempre, in Italia, organizzare un grande evento non è semplice. Non siamo tedeschi, giapponesi, nordici, che sanno come si fa a far le cose non bene, ma benissimo. Una dose di fiatone non ce la facciamo mai mancare. Eppure, questa prima edizione delle «Olimpiadi diffuse», cioè non concentrate in un’unica località ma distribuite su un territorio vasto, è andata liscia. Magari non come l’olio, magari a pochi metri dalle gare c’erano ancora cantieri aperti, e molte «opere accessorie» sono arrivate al traguardo dopo la fiaccola. O non sono arrivate proprio. Ed è presto per fare un «vero» bilancio economico della manifestazione, perché molti effetti si spalmano nel tempo ben oltre lo spegnimento dei riflettori.
Ma se restiamo a queste due settimane, non possiamo non registrare il successo organizzativo e anche logistico. Poi sicuramente i prossimi giorni saranno quelli in cui le solite «due curve» si scaglieranno contro letture diametralmente opposte: chi vorrà sparare sul «Palazzo» troverà comunque il modo di dire che qualcosa è andato storto, finendo per parlare solo di quello. E chi «loda» a prescindere ignorerà ciò che poteva essere fatto meglio. Siccome non ci iscriviamo a nessuna delle due curve, semplicemente diciamo come l’abbiamo vista: bene.
E bene, osiamo dire, se l’è giocata persino la Rai. I cui giornalisti e le cui strutture hanno sopportato un inizio oggettivamente indecente, su cui l’unica cosa che resta è il velo pietoso. Ma poi è emersa la professionalità di tanti giornalisti e di tantissimi tecnici, che hanno garantito centinaia di ore di diretta di buon livello. Di altissima qualità - ma non è una sorpresa - le radiocronache. Ma anche in tv (peccato la brutta gaffe su Israele, però) - il servizio pubblico ha fatto il suo dovere. E ha mostrato che sugli «altri sport» - il calcio in Rai lo diamo per perduto - i canali di Stato possono ancora essere «competitivi». Giusto dirlo, dopo la pessima figura che, per colpa di uno, si è riversata da ogni angolo del mondo su un’intera azienda.
E siamo al bilancio sportivo. Straordinario, speriamo non irripetibile, quello italiano: mai così tante medaglie in una edizione olimpica, estiva o invernale che fosse. E insieme ai metalli preziosi, ci portiamo via scene che in qualche modo entreranno nella storia del nostro sport: le avversarie che s’inginocchiano davanti a Federica Brignone, che vince due ori dopo quasi un anno trascorso per ricostruirsi una gamba. O altre due donne - e mamme - incredibili, come Lollobrigida e Fontana. O come l’oro e l’argento nello skicross, gara che ha un po’ risollevato il «bilancio maschile» dei giochi, terminata con Deromedis e Tomasoni a terra, abbracciati.
Tomasoni ci porta dritti al bilancio bergamasco dei Giochi. Di nuovo: straordinario. Otto erano i «bergamaschi doc» alle Olimpiadi, più due «per residenza» e un «oriundo». Undici atleti hanno portato a casa cinque medaglie . Non un oro, ma pazienza. Michela Moioli va in cima al nostro particolare podio. Due medaglie, una faccia mezza distrutta a poche ore dalle gare, capacità di resistenza e rimonta incredibili. Poi lui, Tomasoni. Che a poche curve dalla fine era bronzo e pure lui ha rimontato come un fenomeno, vincendo l’argento per centimetri. Speravamo forse di più per Sara Conti , nel pattinaggio. E speravamo di più per l’immensa Sofia Goggia , bronzo in discesa e fuori in SuperG, mentre di fatto aveva in pugno un oro. Ma guai se qualcuno oserà darle della sconfitta: ha conquistato la terza medaglia su tre edizioni dei Giochi invernali, e questa cosa l’ha fatta solo lei. Per un parere, in caso, citofonare Mattarella.
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