Qualcosa non torna nella logica politica
ITALIA. Dunque la ministra del Turismo Daniela Santanché va ad aggiungersi alle altre due teste rotolate per decisione di Giorgia Meloni, in preda all’ira funesta per la sconfitta del Sì al referendum sulla separazione delle carriere.
La premier infatti già aveva preteso e ottenuto le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto del ministro Guardasigilli Carlo Nordio. C’è però qualcosa che non torna sul piano della logica politica (e anche in quella della morale). Se qualche responsabilità della sconfitta si può attribuire a Bartolozzi in virtù delle sue improvvide dichiarazioni sulla necessità di «liberarsi della magistratura perché è un plotone d’esecuzione», non risulta che né Delmastro né Santanché avessero particolari colpe in merito alla gestione del referendum, nemmeno sul piano comunicativo. Delmastro è risultato socio della figlia di un prestanome di mafiosi nella gestione di un ristorante, leggerezza – date per buone le sue giustificazioni – gravissima, per sua stessa ammissione, trattandosi di un sottosegretario alla Giustizia (con delega alle carceri!).
Le vicende giudiziarie della Santanché
Quanto a Santanché, è coinvolta in una serie di vicende giudiziarie per reati che vanno dal falso in bilancio alla truffa all’Inps, fino alla bancarotta. Finora non c’è alcuna sentenza e come dice lei nella lettera di dimissioni a Meloni «il mio certificato è ancora immacolato». Ma sarebbe buona norma per un ministro lasciare la poltrona quando si è indagati, cosa che non si è mai sognata di fare (nonostante avesse chiesto le dimissioni di parecchi avversari politici quando era all’opposizione). La ministra del Turismo era protetta da una amicizia politica di lunga data con il presidente del Senato, Ignazio La Russa, e si faceva scudo della Costituzione, che non prevede che un presidente del Consiglio possa sfiduciare i suoi ministri.
Rappresentava in un certo qual modo i ceti produttivi del Nord, che a ben vedere però hanno votato in maggioranza per il Sì, in controtendenza col resto d’Italia. Le sue sono state dunque dimissioni «spintanee», dopo un lungo braccio di ferro con la premier, che non sopportava il senso di impunità dimostrato tante volte (il governo aveva già respinto tre mozioni di sfiducia su di lei).
Ma come per Delmastro, il referendum c’entra poco. Lasciamo stare, come detto, Bartolozzi (che dovrà vedersela col caso Almasri), ma come mai Meloni non ha preteso le dimissioni per questi due rappresentanti del governo prima del referendum? E che sarebbe successo se avesse prevalso il Sì? Avrebbe fatto lo stesso «piazza pulita»?
Gli agnelli sacrificati alla sconfitta
È dunque innegabile che le tre teste rotolate sono gli agnelli sacrificali di una sconfitta, non si sa quanto per spegnere la rabbia di Meloni – padrona del suo partito, attraverso la sorella Arianna – o un’operazione di immagine per riprendere nuovo slancio. L’impressione è che la sconfitta al referendum sia stata anche un’occasione per regolare i conti nei partiti della maggioranza. Conti che erano già aperti. Tanto è vero che di un’analoga operazione si parla per Forza Italia, con Marina Berlusconi intenzionata, tramite Tajani, a cogliere la palla al balzo per effettuare un ricambio di dirigenti (secondo le prime indiscrezioni giornalistiche, il primo ad essere nel mirino sarebbe il senatore Maurizio Gasparri).
Non possedendo la sfera di cristallo, non possiamo sapere chi saranno i prossimi, ma l’impressione è che questo referendum abbia generato un sommovimento nei partiti della maggioranza che non si fermerà, in vista dell’appuntamento delle politiche del 2027, l’anno prossimo.
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