L'Editoriale
Sabato 07 Febbraio 2026
Sicurezza e giustizia, l’intreccio dei consensi
ITALIA. A circa un mese e mezzo dal referendum sulla riforma Nordio della Giustizia, le misure di sicurezza diventano il motivo principale dello scontro politico.
E adesso acquista un nuovo soggetto, l’estroverso ex generale Roberto Vannacci che staccandosi dalla Lega, punta a drenare in vista delle politiche dell’anno prossimo i voti di destra-destra della coalizione di maggioranza proprio grazie all’ordine pubblico. La prima vittima del generale russofilo è naturalmente la Lega ma subito accanto c’è Fratelli d’Italia: l’obiettivo è accattivarsi tutti quelli che magari volevano dal governo Meloni un pugno ancora più duro nei confronti degli antagonisti e anche dei giudici. Non è un caso che Giorgia Meloni in queste ore ripeta con una cadenza mai prima registrata, gli attacchi a quella parte della magistratura accusata di boicottare le norme che offrono garanzie all’opinione pubblica impaurita: sia quando richiama indietro gli immigrati clandestini che il governo ha trasportato in Albania, sia tutte le volte che usa «il doppiopesismo» tra agenti di pubblica sicurezza e violenti di estrema sinistra.
Attaccare i giudici, dal punto di vista di Meloni e di Salvini, ha uno scopo difensivo («noi facciamo quel che dobbiamo e che la gente vuole, ma i giudici ci mettono i bastoni tra le ruote») e uno offensivo («basta con lo strapotere delle procure, bisogna votare sì al referendum»). Per Vannacci la cosa è più semplice: a lui basta dire che il governo non è sufficientemente «duro» con tutti quelli che provocano disordini e con chi li protegge, dagli intellettuali di sinistra ai giornali ai giudici «rossi».
Se il «sì» dovesse vincere la partita del 23 marzo ognuno di questi partiti cercherà di attribuirsi il risultato in un crescendo di slogan verso destra, da quella più «istituzionale» della presidente del Consiglio a quelle più «scapigliate» di Salvini e del suo «traditore» con le stellette. Da ciò che ne deriverà, dal riflesso mediatico che la vittoria o la sconfitta avrà sulle forze della destra, potremo capire se alle elezioni del 2027 «Futuro Nazionale», o come si chiamerà, potrà essere fattore di svantaggio del centrodestra. C’è chi richiama quel lontano episodio di Pino Rauti che, con un misero 1,7%, riuscì a impedire a Berlusconi di vincere le elezioni. Ma per scaramanzia a Palazzo Chigi di queste cose non vogliono neanche sentir parlare.
Se il «sì» dovesse vincere la partita del 23 marzo ognuno di questi partiti cercherà di attribuirsi il risultato in un crescendo di slogan verso destra, da quella più «istituzionale» della presidente del Consiglio a quelle più «scapigliate» di Salvini e del suo «traditore» con le stellette
I sondaggi di queste ore riferiscono che l’opinione pubblica è largamente a favore di misure che siano realmente capaci di fermare i delinquenti, da quelli comuni a quelli politicizzati: le percentuali delle varie agenzie dicono che questo «sentiment» è in gran parte condiviso anche dall’elettorato più moderato. Ciò vuol dire che la campagna anti riforma che sta facendo la sinistra va controvento: parlare di misure «liberticide», di «provvedimenti per soffocare il dissenso», di «norme anticostituzionali» (benché vagliate e approvate, sia pure dopo qualche correzione, dal Quirinale) e difendere i giudici anche quando scarcerano dopo poche ore teppisti e violenti, difficilmente potrà portare voti.
La controprova starà proprio nel referendum di marzo: se la riforma del ministro Nordio verrà bocciata certo il governo non si dimetterà, ma il centrodestra affronterà le prossime elezioni come un’anatra zoppa dopo essere stata sconfitta sull’argomento forse più importante, la sicurezza, della sua campagna elettorale. Però ripetiamo: in questo momento la sinistra sta in salita; la destra, anche se divisa e litigiosa, affronta la discesa mollando i freni.
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