Una guerra di nervi vicina alla «linea rossa»

Siamo entrati nella temutissima «fase 4» della tragedia ucraina. Dopo lo scoppio del conflitto nella primavera 2014 con l’annessione della Crimea e la formazione quasi contemporanea delle repubbliche popolari filo-russe del Donbass, la successiva convivenza per 8 anni con una «guerra congelata», il suo aggravamento il 24 febbraio scorso, adesso ci avviciniamo al primo momento di non ritorno.

I referendum nelle quattro regioni ucraine sotto controllo di Mosca, le minacce nucleari e lo strano incidente al gasdotto Nord Stream sotto al Baltico indicano che il gioco si fa sempre più duro e rischioso. Ma andiamo per ordine. Dal punto di vista politico le consultazioni in Donbass, a Kherson e a Zaporizhzhia sono servite al Cremlino per dimostrare alla propria opinione pubblica interna – già scossa profondamente per la «mobilitazione parziale» – che laggiù in quelle terre ci sono veramente popolazioni russofone in pericolo, le quali possono salvarsi solo entrando a far parte della Federazione. Di conseguenza la politica interventista del presidente Putin è corretta. Che il malvagio Occidente non riconosca l’esito dei referendum, nella retorica imperante ultraconservatrice e nazional-patriottica, è nella logica degli eventi e nella tradizione.

Entro pochi giorni, da quanto si comprende dalle agende delle istituzioni in continua mutazione, le 4 regioni verranno accolte nella Federazione russa. Quindi cambierà il loro status, ossia esse diventeranno territorio russo. Dal punto di vista legale potrà essere così applicata senza lacciuoli la dottrina militare federale e quelle regioni potranno essere difese con «altri mezzi».

Questa è la base giuridica delle minacce nucleari ripetute a più riprese dalle autorità russe, le quali assicurano di «non stare bluffando», per questo vanno prese molto sul serio. Ma allora cosa può succedere? Gli esperti occidentali ritengono che i russi possano utilizzare armi «tattiche» con testate nucleari a bassa intensità, a scopo dimostrativo, in teatri limitati e remoti. A nostro parere le retrovie delle Forze armate ucraine a ridosso del fiume Dniepr. In pratica, verrebbero così copiati i piani sovietici per bloccare la Nato, in caso di attacco, lungo la linea del fiume Vistola. Al momento Mosca ha la necessità di fermare la controffensiva di Kiev verso Kherson, che con la sua regione rappresenta la «porta» d’ingresso della Crimea, la vera ragione di tutta questa immane tragedia.

L’Occidente ha ribadito ai russi di non provocarci nemmeno ad utilizzare certe armi, altrimenti il Cremlino supererebbe una delle «linee rosse». In tal caso l’Occidente interverrebbe con «armi convenzionali». Direttamente? Non è stato chiarito. Più facilmente verranno consegnate tutte le armi promesse e non date finora a Volodymyr Zelensky. E dopo di allora chi fermerà più il presidente ucraino lanciato nella «reconquista»?

Quella in corso è una guerra di nervi, paragonata dai mass media federali alla crisi di Cuba del 1962. Oggi, per fortuna, a differenza di allora i militari russi e americani comunicano fra loro sia ufficialmente che dietro le quinte. L’obiettivo è evitare incidenti fortuiti.

Meglio prevenirli. Se confermato, il possibile «sabotaggio» sotto al Baltico dimostrerebbe che qualcuno – non identificato - gioca pure sporco.

In ultimo, le minacce nucleari russe, in realtà, nascondono in sé la proposta all’Occidente di chiudere qui la partita ucraina. In sintesi: noi ci prendiamo le 4 regioni e la facciamo finita qui. Il problema è che nessuno si fida della parola di questa Russia aggressiva e traballante.

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