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MONDO. Più tempo durerà la guerra in Medio Oriente, maggiori saranno le possibilità del regime degli ayatollah di sopravvivere. Questo ha dimostrato il conflitto in Ucraina, dove la «blitzkrieg» di Vladimir Putin è miseramente fallita nell’arco di una manciata di settimane.
E a Volodomyr Zelensky è bastato evitare di farsi travolgere, impantanando il Cremlino in uno scontro di trincee. Se Teheran fa promesse di non colpire più i Paesi vicini, senza poi mantenerle, significa che le munizioni a disposizione sono contate. E persino i droni, la nuova arma delle guerre del XXI secolo, potrebbero finire e non sarebbero più usabili con la tattica degli sciami. Appunto gli Shahed di fabbricazione iraniana - poi modificati dai russi in Ucraina - hanno messo in seria difficoltà nel Golfo le forze arabo-americane, dotate di armi molto più costose e sofisticate, tanto che Trump – ironia della sorte - ha avuto necessità degli specialisti di Kiev per limitarli. I russi stanno aiutando militarmente gli iraniani? E dov’è la novità? I due Paesi sono legati da un accordo strategico in questo campo. Un momento: ma come si sono comportati gli occidentali con i russi in Ucraina?
La crisi in Medio Oriente sta facendo il gioco di Putin? Anche qui, dov’è la novità? Se nel mondo vi è caos, il c apo del Cremlino ha qualche chance in più di farla franca. Qualche giorno prima che i bollenti spiriti prendessero nuovamente il sopravvento nel Golfo, si è svolta una riunione segreta d’emergenza nella «sala dei bottoni» moscovita in cui si è discusso dello stato pessimo delle finanze federali, aggravato dal prezzo basso del petrolio sui mercati mondiali e dalle sanzioni internazionali. L’attuale impennata delle quotazioni dell’«oro nero» - a causa della situazione nello stretto di Hormuz - e l’alleggerimento delle misure contro la Russia consentono al Cremlino qualche respiro maggiore, ma, per ora, non capovolgono lo scenario. Anzi. Il problema è che più durano le ostilità in Medio Oriente maggiori saranno i danni economici e le risorse finanziarie consegnate ai Paesi fornitori di energia, molti dei quali autocrazie anti-occidentali. Insomma, un boomerang. Quindi, a meno di un impensabile oggi attacco terrestre Usa all’Iran, quale evento può permettere a Trump di dichiarare «vittoria» e non essere travolto dalla sua opinione pubblica interna? Questa è la domanda che si pongono gli analisti americani. Una domanda esattamente identica che da un paio d’anni si fanno i colleghi russi su Putin, oggi in forte caduta di popolarità nonostante il ferreo controllo dei media.
Ha dell’incredibile che i due presidenti delle super potenze della Guerra fredda non solo si sono infilati in grattacapi simili, ma - per intimorire il nemico e aprirsi mediaticamente una via d’uscita - utilizzano un linguaggio comunicativo ruvido assai simile. Ci si permetta un’osservazione: ascoltando certe dichiarazioni bellicose, si ha nostalgia della noiosa e soporifera Europa pacifista, dove il dialogo si allunga all’infinito.
Come si esce da questo ginepraio? Difficile da dirsi. Il regime degli ayatollah barcolla, ma resiste. Pertanto o Trump riesce a farlo crollare dall’interno con una rivolta popolare o si dovrà affidare ad azioni (spionistiche-militari) con l’obiettivo di eliminare la nuova leadership post Khamenei, in breve come ha fatto il Mossad con i vertici di Hamas ed Hezbollah. Ma è percorribile una strada del genere con uno Stato sovrano? Mah... Trovare un accordo per vertici concordati a Teheran – come, ad un certo punto, ha pensato Putin a Kiev - pare fantapolitica.
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