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MONDO. Trump è abboccato all’amo avvelenato degli israeliani che lo hanno trascinato in una guerra molto ardua da vincere e al termine della quale il panorama geopolitico potrebbe assumere contorni ben diversi da quelli di prima del conflitto.
Gli europei, alleati tradizionali degli Usa, hanno deciso di non seguire il presidente americano in un’avventura militare - «non è la nostra guerra» nelle parole del Cancelliere Merz - di cui non sono stati informati e che sta causando notevoli danni economici per il Vecchio continente. Anche Giappone, Australia, Corea del Sud, partner strategici fondamentali degli Usa da decenni, hanno rifiutato di fornire un sostegno navale per il libero passaggio delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz.
I pilastri di alleanze che sembravano granitiche prendono dunque le distanze dalla «Casa madre» di Washington, mentre i dissapori che già esistevano e che si cercava di dissimulare, si trasformano in un’eclatante presa di distanza formale. La frustrazione di Trump s’è manifestata con vaghe minacce di ritorsioni nei confronti dei «traditori» e nel suo rivendicare la capacità americana di trarsi d’impaccio con le sole proprie forze. Tuttavia la «trappola» in cui si è infilato può essere riassunta nel proverbio «chi è causa del suo mal pianga se stesso». Le credibili indiscrezioni emerse in questi giorni riferiscono che - contro il parere del Capo di Stato Maggiore Usa, generale Caine - Netanyahu, il ministro della Difesa americano Hegseth e i suoi consiglieri privilegiati Witkoff e Kushner avrebbero detto a Trump che si sarebbe trattato di un «blitzkrieg». Alla rapida decapitazione della leadership iraniana nella figura di Khamenei avrebbe fatto seguito il crollo del regime nel suo complesso.
Ma la riuscita di una campagna militare va solitamente misurata sul raggiungimento degli obiettivi che si prefigge l’aggressore prima dell’attacco. Il presidente americano ha alzato l’asticella troppo in alto, parlando alla popolazione iraniana di cambio di regime, promettendo la distruzione degli arsenali missilistici, dei siti nucleari e dei legami della Repubblica islamica con organizzazioni armate fiancheggiatrici come Hezbollah, Houthi e Hamas. Inoltre il peccato mortale più evidente agli occhi di tutto il mondo è stata la grave sottovalutazione del parziale blocco dello Stretto di Hormuz che rappresenta la maggiore spina nel fianco per Trump, impossibilitato per il momento a sfilarsi dalla guerra.
Chi guarda, piuttosto silente, allo scenario che si sta dipanando pericolosamente è Pechino che sembra ancora godere di un «lasciapassare» per le petroliere che portano il petrolio in Cina e non sono bersaglio delle Guardie Rivoluzionarie. L’Iran - penalizzata dalle sanzioni occidentali - deve poter contare sulla tecnologia cinese e importa beni essenziali come macchinari industriali, componenti elettroniche, auto e prodotti manifatturieri. Anche finanziariamente si assiste a pagamenti in yuan e sistemi di scambio indiretti come baratti o triangolazioni.
Trump è apparso piuttosto ingenuo nel chiedere anche ai cinesi un aiuto quando Pechino non può che rallegrarsi del «dissanguamento» militare americano con effetti sulle disponibilità di armamenti nel Sudest asiatico e delle difficoltà di un leader ritenuto poco razionale. Al Cremlino il protrarsi della guerra è visto come una «benedizione»: l’interesse americano a immettere sul mercato la massima quantità di petrolio possibile, anche alleviando le sanzioni sull’oro nero russo per calmierare i prezzi, rappresenta un’inaspettata manna dal cielo. Ancora oggi - dopo 19 giorni di bombardamenti - il petrolio iraniano continua a essere esportato e venduto a Cina e India proprio per non far impennare il prezzo del petrolio che andrebbe a impattare sul prezzo alla pompa di benzina e rallenterebbe la crescita negli Usa, rendendo il presidente sempre più impopolare.
Tutto ciò approfondisce il solco del dissidio Usa-Ue perché le sanzioni europee contro la Russia divengono un’arma spuntata, visto che l’Orso russo può contare su circa 150 milioni di dollari al giorno di entrate, secondo le fonti del «Financial Times ». In più Mosca, un po’ come Pechino, beneficia del prolungarsi della guerra mediorientale perché gli armamenti americani che potrebbero finire nelle mani degli ucraini attraverso il canale europeo si assottigliano, rendendo Kiev più vulnerabile. I Paesi del Golfo, qualunque sarà l’esito del conflitto, non potranno che trarre una morale dall’esperienza vissuta: gli Usa non sono stati in grado di difendere efficacemente i loro territori dai missili e droni iraniani. Una lezione che non sarà dimenticata in fretta e costringerà a importanti aggiustamenti diplomatici cui si assisterà nei prossimi anni per poter mantenere lo status di snodo aeroportuale per l’Asia, di attrazione turistica, di centri finanziari e di sviluppo tecnologico.
Infine c’è un convitato di pietra che guarda con interesse: la Turchia. L’indebolimento dell’Iran schiude prospettive importanti di nuova influenza in Iraq, Siria e Caucaso e rende Ankara l’attore militare più rilevante nell’area insieme a Israele. Questa guerra - assimilabile a un movimento tellurico di grosse dimensioni - sembra davvero destinata a ridisegnare le faglie geopolitiche mondiali.
*ex ambasciatore d’Italia in Polonia e nella Repubblica Ceca
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