Bebè, è un calo senza fine: nella Bergamasca 198 in meno nel 2025. «Ora misure strutturali»
DEMOGRAFIA. I dati Istat: l’anno scorso in provincia solo 7.169 neonati. I sindacati: «Servono servizi accessibili e attenzione alle donne sul lavoro».
Più che di «stagione» si dovrebbe forse cominciare a parlare di «era geologica». Il ciclone che da anni attraversa l’Italia - e la provincia di Bergamo non fa eccezione - non sembra più avere molto senso chiamarlo solo «inverno demografico». Ma se proprio si vuole mantenere l’immagine stagionale, l’impressione è che questo inverno sia destinato a durare ancora. I dati dell’Istat sulla demografia del 2025 confermano infatti un quadro che replica l’andamento degli ultimi 20 anni. Ed è proprio questa assenza di «riscaldamento» a diventare un elemento di preoccupazione.
I numeri nella Bergamasca
Le culle continuano a svuotarsi, i nati sono sempre di meno e il 2025 è stato persino peggiore dell’anno prima. Se nel 2024 la perdita era stata contenuta a poche decine di unità, nel 2025 la provincia registra 198 nati in meno, pari a un calo del 2,7%. Un dato che si inserisce in una tendenza di lungo periodo: dalle 10.970 nascite del 2005 si è scesi alle 7.169 del 2025 (nel 2024 erano 7.367), con una contrazione del 34,6%.
Parallelamente cresce l’età media al parto, passata da 30,9 anni nel 2005 a 32,7 nel 2025. Un incremento di quasi due anni che racconta, più di molte analisi, la scelta sempre più frequente delle coppie di rinviare il momento della genitorialità.
Il contesto nazionale
Il rallentamento bergamasco si inserisce in un contesto nazionale altrettanto critico. In Italia nel 2025 i nati residenti sono stati 355mila, pari a 6 ogni mille abitanti, in calo rispetto ai 6,3 del 2024 e lontanissimi dai 9,5 del 2005, con una diminuzione delle nascite di 15mila unità in soli 12 mesi. Il numero medio di figli per donna scende a 1,14, mentre nel Nord si ferma a 1,15. A livello nazionale l’età media al parto si attesta a 32,7 anni, vale a dire in perfetta coerenza con il quadro provinciale.
«Già oggi si fatica a trovare manodopera e in prospettiva la platea di chi entra nel mondo del lavoro rischia di restringersi ulteriormente»
I numeri, freddi e ripetitivi, fotografano una realtà che ormai conosciamo a memoria: scelte di vita più complesse, condizioni economiche incerte, lavoro instabile, carovita, servizi insufficienti, difficoltà di conciliazione. Un mosaico di fattori che non riguarda solo le famiglie, ma l’intero sistema sociale ed economico locale e nazionale. E che, come sottolineano i sindacati, richiede politiche di lungo periodo.
Un problema, tante cause
Per Marco Toscano, segretario generale della Cgil di Bergamo, «la politica dei bonus è del tutto inefficace. Non sono i bonus a far decidere a una giovane coppia di avere figli». La leva decisiva, spiega, è un’altra: «Servono servizi pubblici, asili accessibili, condizioni che permettano a entrambi i genitori di lavorare e progettare una famiglia con maggiore serenità», prosegue. Il secondo pilastro è il lavoro stabile. «Una coppia deve poter approdare il prima possibile a un’occupazione sicura. Solo così si può immaginare il futuro». Ma Toscano aggiunge anche un altro elemento: «Le politiche per la natalità non bastano più. Serve una diversa politica di accoglienza e integrazione dei migranti». Non solo per ragioni sociali, ma anche economiche: «Abbiamo bisogno di lavoratori – dice ancora il segretario Cgil –. Già oggi si fatica a trovare manodopera e in prospettiva la platea di chi entra nel mondo del lavoro rischia di restringersi ulteriormente». Il ragionamento introduce un altro tema cruciale: la demografia non è solo un fatto familiare, ma un fattore che ha a che fare con l’economia.
Il ruolo delle donne
Francesco Corna, segretario generale della Cisl di Bergamo, definisce la questione demografica «il problema dei problemi», poiché a monte proprio della tenuta economica e sociale del Paese. «Il nostro welfare si regge sul lavoro, sui contributi e sulle tasse. Se la popolazione attiva diminuisce, tutto il sistema entra in sofferenza». Da qui la necessità di interventi più incisivi: «Serve un sostegno economico stabile alle famiglie con figli minori. La natalità non riguarda solo chi decide di avere un bambino, ma l’intera società». Corna insiste su tre leve: una fiscalità che tenga conto del nucleo familiare, servizi scolastici e formativi gratuiti, e politiche reali di conciliazione vita-lavoro. «Una famiglia deve pagare il mutuo, l’asilo nido, le mense – dice il segretario della Cisl –. I servizi devono essere pensati per sostenere la natalità». Altro nodo è il ruolo delle donne nel mondo del lavoro: «Vanno valorizzate – insiste Corna –. I figli non sono un fatto privato, ma un investimento collettivo. Anche i periodi di maternità dovrebbero prevedere contributi più elevati, per non penalizzare la carriera e la pensione».
Le scuole
Pasquale Papaianni, segretario provinciale della Uil, porta invece un altro dato che arriva stavolta dal mondo della scuola: «Nel 2026-2027 gli alunni dalle primarie alle superiori saranno 25.200, contro i 26.300 del 2024-2025». Un calo netto che anticipa quello che accadrà nel mondo del lavoro e nella società. Le cause, spiega, sono molteplici: «Una generazione – quella nata tra il 1980 e il 1990 – ha incontrato politiche non strutturali, bonus che non danno tranquillità, un costo della vita elevato, rette degli asili e mense scolastiche pesanti». A tutto questo si aggiunge il tema abitativo, sempre più critico. «È un insieme di fattori che porta le persone a rinviare la nascita dei figli. E più si rinvia, più diminuisce la probabilità di averne». Le soluzioni indicate dai sindacati convergono su un punto: non esiste una misura unica, ma un insieme di politiche strutturali, continuative, capaci di restituire fiducia alle famiglie e sostenere chi decide di investire nel futuro.
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