Pellegrinaggio in Turchia, tappa a Konya sulle orme di San Paolo: «Non siamo cristiani per abitudine»
IL SESTO GIORNO. L’incontro dei pellegrini bergamaschi con la piccola comunità cristiana locale che conta una quarantina di fedeli su una popolazione di due milioni di abitanti. La missionaria Mariagrazia Zambon: «Siamo un faro nel cuore dell’Anatolia». Il Vescovo di Bergamo: «La bellezza della Chiesa è la condivisione della fede».
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Konya
La sesta giornata del pellegrinaggio diocesano in Turchia, guidato dal Vescovo monsignor Francesco Beschi alle sorgenti della fede cristiana, ha portato i 220 pellegrini bergamaschi sulle orme di San Paolo, domenica 28 giugno, alla vigilia della solennità dei Santi Pietro e Paolo.
Lasciata la Cappadocia, dopo la sosta al caravanserraglio selgiuchide di Sultanhani, i fedeli sono arrivati alla città di Konya, l’antica Iconio, dove l’apostolo Paolo fondò una comunità cristiana nel suo primo viaggio missionario. Il Vescovo di Bergamo ha celebrato la Messa nella chiesa di San Paolo a Konya, unica parrocchia cattolica attiva nella città turca di oltre due milioni di abitanti, che ha faticato a contenere tutti i 220 pellegrini bergamaschi. «Ma essere tanti non basta, vogliamo però essere tanti nel cuore», ha sottolineato il Vescovo di Bergamo, ponendo l’accento sull’importanza di vivere la bellezza della condivisione della fede e non essere cristiani per abitudine. «È necessario che la nostra fede non ci appartenga solo perché siamo nati in un Paese cristiano. Deve nascere da un incontro personale con Gesù. L’incontro con Lui avviene nella Chiesa e per la Chiesa, nella condivisione della fede. Non vogliamo essere cristiani per abitudine, fermandoci agli aspetti esteriori: la bellezza della Chiesa sta proprio nel condividere la fede».
«È necessario che la nostra fede non ci appartenga solo perché siamo nati in un Paese cristiano. Deve nascere da un incontro personale con Gesù»
«Essere una minoranza ci fa rivivere gli Atti degli Apostoli: ci sentiamo un piccolo seme in un territorio immenso. Siamo una comunità composta da giovani turchi, convertiti, cristiani di origine e numerosi migranti, soprattutto africani, in fuga dalle guerre: da noi tutti loro trovano un luogo dove professare liberamente la propria fede»
Proprio la comunità cristiana locale di Konya offre l’immagine concreta di una fede che resiste e continua a generare speranza anche in condizioni di estrema minoranza. Significativa, in tal senso, la testimonianza di Mariagrazia Zambon, consacrata fidei donum della Diocesi di Milano, che da 25 anni è missionaria in Turchia e da sola, con l’aiuto di una collaboratrice, si occupa quotidianamente della piccola ma vivace comunità cristiana di Konya. «Siamo un faro nel cuore dell’Anatolia - ha raccontato Zambon, autrice di un volume su gli anni turchi del bergamasco monsignor Angelo Giuseppe Roncalli, che da Delegato apostolico (1935-1944) celebrò in questa chiesa -. Qui i cristiani sono appena quaranta su una popolazione di 2 milioni di abitanti, ma siamo ancora vivi. Siamo pochi, eppure continuiamo a camminare insieme. Abbiamo un sacerdote che da Ankara (lontana oltre 250 km ndr) raggiunge Konya soltanto due volte al mese per la Messa. Essere una minoranza ci fa rivivere gli Atti degli Apostoli: ci sentiamo un piccolo seme in un territorio immenso. Siamo una comunità composta da giovani turchi, convertiti, cristiani di origine e numerosi migranti, soprattutto africani, in fuga dalle guerre: da noi tutti loro trovano un luogo dove professare liberamente la propria fede».
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