Reati minorili, aumentano i casi gravi. «Disagio da intercettare precocemente»
GIUSTIZIA. Lieve calo dei ragazzi presi in carico, ma incremento di estorsioni, rapine, maltrattamenti e spaccio. D’Urbino: «Fragili e immaturi, senza empatia verso le vittime. Serve fare rete per istituire percorsi di sostegno».
Il primo impatto è quello della cronaca: le violenze, gli arresti, lo stillicidio quasi quotidiano di un disagio giovanile che esplode sino ad assumere i contorni criminali.
Poi c’è il piano dei numeri ufficiali, che mostrano ora un lieve arretramento degli adolescenti che finiscono nei guai con la giustizia. Non c’è una contraddizione, in realtà, tra queste due tendenze apparentemente divergenti: quel che accade, a Bergamo come altrove, è soprattutto l’inasprimento «qualitativo» dei reati minorili. Furti che diventano rapine, minacce che sfociano nell’estorsione, risse dove spunta quella «lama» portata perennemente con sé.
I numeri
Stando ai dati del ministero della Giustizia, alla fine del 2025 erano 1.407 i minorenni e i «giovani adulti» (cioè fino ai 24 anni) presi in carico dall’Ufficio di servizio sociale per i minorenni di Brescia, l’organo – competente anche sulle province di Bergamo, Cremona e Mantova – che interviene quando il minore entra nel circuito penale a seguito di segnalazione, denuncia o arresto, e che segue quella situazione sino alla conclusione del percorso giudiziario. È una platea rimasta praticamente stazionaria nell’ultimo anno (-0,8%), visto che al 31 dicembre 2024 erano 1.419 gli utenti: peraltro, i giovanissimi intercettati per la prima volta nel 2025 sono stati 436, cioè l’11,2% in meno dei 491 del 2024. Certo, rispetto al pre-Covid e al pre-Caivano (il decreto legge che ha stretto le maglie della giustizia minorile) le cifre restano più consistenti, ma senza «fiammate» recentissime.
I reati che aumentano
Ogni vicenda ha poi un iter a sé, che si snoda tra procura e tribunale. «Nell’ultimo anno giudiziario c’è stata una crescita notevole delle pendenze penali, ma questo dipende anche dal lavoro della procura e dallo smaltimento dell’arretrato degli anni precedenti – premette la bergamasca Laura D’Urbino, che a febbraio s’è ufficialmente insediata come presidente del Tribunale per i minorenni di Brescia dopo esserne stata reggente dallo scorso luglio –. Un aumento delle notizie di reato c’è, ma non è significativo. Il tema è legato soprattutto alla natura di alcuni reati: l’incremento riguarda soprattutto estorsioni, rapine, maltrattamenti in famiglia, violenze sessuali e spaccio. Spesso il provento è un bene di poco valore: la classica rapina di strada per gli Airpods (gli auricolari wireless, ndr), la sigaretta, una banconota, situazioni che diventano l’occasione per una violenza».
I valori «anestetizzati» si saldano a un malessere profondo, a volte legato al contesto familiare spesso amplificato dall’uso (e abuso) di sostanze o psicofarmaci: «Si è aggravata la complessità del minore autore di reato, questo è l’elemento centrale – riflette la magistrata –: sono ragazzini estremamente fragili, immaturi, senza adulti di riferimento autorevoli, e con una rabbia interiore molto elevata. Da un lato si moltiplicano gli agiti autolesionistici, la violenza esercitata verso di sé; dall’altro, tutto ciò porta ad avere comportamenti devianti anche trascinati dal gruppo, verso il quale c’è una forte esigenza di identificazione».
Difficile, qui da noi, parlare però di baby gang nel senso giuridicamente più appropriato: «Sul nostro territorio – rileva D’Urbino – non abbiamo gruppi strutturati secondo una gerarchia di ruoli. Ci sono invece delle aggregazioni occasionali di ragazzi che si incontrano in certi luoghi, si vestono in un certo modo e che trascorrono il loro tempo a commettere piccoli o grandi reati. L’impressione è che siano totalmente inconsapevoli delle conseguenze di certi agiti: hanno il coltello in tasca e un discontrollo degli impulsi, passando a condotte gravi senza identificarsi nel dolore che provocano. Questo impressiona: né prima né dopo c’è alcuna empatia con la vittima».
Tra carcere e speranza
Anche di fronte alle storie più delicate o dirompenti, la giustizia minorile conserva un’impronta d’ispirazione sociale e la volontà di anteporre il recupero alla punizione. A volte, tuttavia, è inevitabile porre un punto fermo: una risposta forte, quando non ci sono alternative. «Per i minori il carcere è sempre più l’extrema ratio, anche se nell’ultimo anno giudiziario le misure custodiali sono aumentate – prosegue D’Urbino –. Perché siamo così rigorosi nell’evitare queste misure? Il “Beccaria” (l’istituto penale per minorenni di Milano, l’unico in Lombardia, ndr) è in sovraffollamento e sconta forti carenze di educatori, per cui non si riesce più a svolgere quell’intervento educativo che un tempo lo rendeva un modello a livello nazionale. La misura meno afflittiva, cioè il collocamento in comunità, non sempre è adeguata perché postula una certa adesione del ragazzo al percorso educativo in comunità: queste strutture, peraltro, vivono una fase di fatica, con pochi posti e organici ridotti».
Ma quale può essere l’argine? D’Urbino insiste su un concetto decisivo, la prevenzione, da declinare al plurale. «È urgente intervenire su questo aspetto – conclude la giudice –. Il compito precipuo della nostra società, e quindi dei servizi, è intercettare il disagio precocemente, prima che sfoci in altro. Chiaro, il sistema sconta carenze di risorse a tutti i livelli, ma occorre fare rete con le agenzie del territorio, con la scuola, con il volontariato perché si possano istituire dei percorsi virtuosi di sostegno. Non dobbiamo pensare di fare una mera assistenza: una chiave è ad esempio quella del lavoro, una possibilità concreta per integrarsi. Per chi invece una famiglia ce l’ha, abbiamo bisogno di aiutare i genitori a riscoprire una funzione educativa più autorevole e una maggiore presenza rispetto ai nostri ragazzi, che chiedono innanzitutto di essere visti e ascoltati».
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