(Foto di colleoni colleoni)
LA FOTOGRAFIA. Le periferie e le aree semicentrali contrarie alla riforma: percentuali più alte a Monterosso (62,4%) e Loreto (61,7%). Rispetto al 2024, il centrodestra recupera nelle zone abitate in larga misura dal ceto medio-alto.
Le periferie e le zone semicentrali hanno detto No, i quartieri più «chic» hanno premiato il Sì. La frattura fra centri urbani e provincia profonda non è una novità, e certo non stupisce che anche in questo referendum la città di Bergamo (dove il No ha raccolto il 54,22%) sia andata in controtendenza al resto del territorio (a livello provinciale il Sì ha prevalso col 58,8%). Più sorprendente è invece la geografia elettorale del capoluogo, sezione per sezione, che restituisce un’immagine un po’ distante dallo stereotipo della «sinistra Ztl». Qui la prospettiva è quasi ribaltata: il «salotto» della città s’è infatti espresso per il Sì e di una riforma voluta dal centrodestra di governo, i sobborghi hanno viceversa dato una chiara indicazione per il No, posizione sostenuta dal centrosinistra.
Lo si coglie rielaborando i dati di Palazzo Frizzoni. Su 22 quartieri (considerando come uno solo il centro, che in altre rilevazioni è «spacchettato» tra viale Papa Giovanni, Pignolo e Sant’Alessandro), il Sì l’ha spuntata solo in quattro di questi: è successo sui Colli (52,4%), in Città Alta (51,9%), nel centro (51,7%) e a Santa Lucia (50,8%). Senso comune ed elementi oggettivi raccontano questi rioni come popolati in più larga misura da un ceto medio-alto – la classifica dei redditi vede tradizionalmente in testa viale Papa Giovanni, Pignolo, Città Alta e i Colli – ma anche con un’età media più elevata: un «indizio» in linea con le analisi demoscopiche nazionali che hanno mostrato una spaccatura generazionale, con gli adulti/anziani più propensi al Sì e la «Generazione Z» al No.
Di contro, il No ha messo la propria bandierina su 17 quartieri (cui si aggiunge, per statistica, anche la vittoria nei «seggi speciali» legati a ospedali e case di riposo). E quando il No ha vinto, lo ha fatto con un margine più ampio: a Monterosso (62,4%) e Loreto (61,7%) il vantaggio è stato di oltre 20 punti percentuali, e in altri sette quartieri (San Tomaso, Carnovali, Santa Caterina, Villaggio degli Sposi, Borgo Palazzo, Campagnola e Malpensata) il consenso ha superato il 55%. Si tratta soprattutto di quella popolosa «corona» che sta esattamente tra il centro e la periferia, ma il No ha strappato la maggioranza anche in zone più di «frontiera», segnate da una vulnerabilità socioeconomica spesso marcata: a Boccaleone e Celadina, con valori pressoché identici, il No s’è attestato al 54,3%, e a Grumello al 52,5%.
Alle urne i cittadini erano chiamati a esprimersi su un quesito che affrontava i tecnicismi della giustizia e della magistratura, della separazione delle carriere e del «giusto processo», ma la competizione era chiaramente di natura politica. E dunque, in città come s’è orientato il voto rispetto al passato?
Un metro di paragone utile può essere la tornata elettorale del 2024, con Comunali ed Europee insieme. Guardando alla lotta per Palazzo Frizzoni, in quell’occasione il centrodestra – che candidava Andrea Pezzotta – superò il 50% solo in un’area, sui Colli (51,7%), e nel resto della città s’impose la coalizione di centrosinistra guidata da Elena Carnevali, con percentuali tra il 50,6% (Celadina) e il 62,3% (Loreto); terzo incomodo Vittorio Apicella (Movimento 5 stelle), che racimolò, a seconda del settore cittadino, dall’1,8% al 4,6%.
Incrociando i dati, si può leggere come il centrosinistra sostanzialmente abbia mantenuto quote di elettorato simili tra periferia e semiperiferia, a fronte di un possibile recupero del centrodestra tra il centro piacentiniano e i Colli. Nel «salotto buono» la contesa potrebbe essere legata al mondo moderato, che nel referendum ha vissuto un nuovo riposizionamento frammentario (Azione per il Sì così come alcune personalità indipendenti della galassia riformista, Italia Viva per la libertà di scelta). Il Sì, forse non a caso, ha vinto nei rioni dove le liste civiche fanno la differenza: nel 2024 la Lista Pezzotta aveva riportato i risultati migliori proprio in Città Alta (19,85%), sui Colli (19,01%) e in Centro (17,95%), mentre sempre in Città Alta la somma tra Lista Gori e Lista Carnevali dava il 22,32%, sui Colli il 18,5%, in Centro il 17,6%.
Basta poco, in questa politica liquida, perché il consenso si coaguli diversamente a ogni consultazione. Risalendo a un voto puramente politico, senza dinamiche locali, le elezioni per il parlamento del settembre 2022 consegnavano una fotografia ancora differente. Il centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia, Noi Moderati) aveva ottenuto il 38,26% nel capoluogo, toccando l’apice (43,75%) in periferia tra Boccaleone, Celadina e Borgo Palazzo (ma ora lì fatica) e affermandosi come prima forza in quasi tutto il tessuto urbano. Unica eccezione l’area tra Loreto, San Paolo e Santa Lucia, che premiò il «campo stretto» del centrosinistra (Pd, Avs e +Europa, oltre alla lista Di Maio-Tabacci). Ma l’«offerta» allora era più disgregata, perché il Movimento 5 stelle correva da solo (con un picco del 7,07% nella fascia di Grumello, Malpensata, San Tomaso e Villaggio degli Sposi) e soprattutto perché era in pista l’esperimento del Terzo polo: Azione e Italia Viva, all’epoca insieme, raggiunsero un significativo 16,7%, arrivando addirittura attorno al 20% sia nel centro piacentiniano sia tra Città Alta e i Colli e perdendo presa nella cintura al confine con l’hinterland. Prossimo appuntamento, le Politiche 2027.
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