Campagna elettorale tra veti e incertezza
ITALIA. Ai blocchi di partenza di una campagna elettorale che si annuncia lunga e infuocata, lo scenario politico si presenta dominato da una grande incertezza.
Lettura 2 min.Giorgia Meloni, dopo tre anni in cui la sua leadership è parsa granitica, s’è trovata all’improvviso in difficoltà. L’incantesimo s’è rotto. La premier non può dire di partire avvantaggiata nella corsa al voto. Il giro di boa s’è avuto col referendum sulla magistratura.
Il post referendum
La bocciatura della riforma, fortemente voluta dalla maggioranza, ha incrinato quell’immagine di invulnerabilità della Meloni, costruita sin dal giorno del suo insediamento. Non è solo una questione di riforme istituzionali. È il quadro generale del Paese a non esserle più favorevole. Gli italiani si ritrovano con salari fermi, bollette rincarate, prezzi della benzina alle stelle, un carrello della spesa sempre più magro. E non è tutto. La Meloni deve fare i conti anche con una maggioranza in evidente stato di fibrillazione, con partner decisi a marcare il territorio a spese della coesione dell’esecutivo.
I precedenti sfavorevoli
Ci sono poi i precedenti storici che non giocano a suo favore. Da quando, più di un trentennio fa, è stato inaugurato il bipolarismo, nessun governo uscente è stato confermato alle successive elezioni politiche. Come se non bastasse, la premier, decidendo di legare il proprio destino alla riforma elettorale, s’è infilata in un tunnel da cui fatica a vedere la via d’uscita.
Inoltre, nessuna delle tante riforme, approvate dalle diverse maggioranze nel corso degli ultimi anni, ha mai portato fortuna ai propri autori. Anzi, l’attuale formulazione del testo costringe la premier a una complessa alchimia politica per essere competitiva. È chiamata, infatti, a decidere se recuperare nel perimetro del centrodestra una figura imbarazzante come Vannacci, mettendo in conto l’inevitabile subbuglio che ciò provocherebbe sul lato centrista della coalizione.
La situazione nel centrosinistra
La Schlein, da parte sua, farebbe bene a non sentirsi già con le chiavi in mano di Palazzo Chigi. Anche nel suo caso, la memoria storica evoca spettri non proprio incoraggianti. Ne sa qualcosa il primo segretario del Pds, Achille Occhetto. Dopo il crollo dei partiti governativi sotto i colpi di Tangentopoli, s’era convinto che la «gioiosa macchina da guerra» della sinistra nel 1994 potesse sfondare. Si ritrovò clamorosamente scornato.
A ben guardare, l’euforia che oggi contagia le fila del «campo largo» trova le sue ragioni d’essere più nelle difficoltà della maggioranza che non nella forza propria. La competizione interna per la candidatura a premier è più aperta e combattuta che mai. I nodi programmatici da sciogliere sono ancora lì sul tappeto, intricati come prima. Non è ancora chiaro se la leadership si deciderà attraverso le primarie o con un accordo di vertice. Resta il dubbio se il candidato premier prescelto alla fine riuscirà a saldare l’alleanza o se finirà invece per destabilizzarla. Rimane irrisolta la guida delle forze centriste, costantemente sospese tra veti incrociati e personalismi (vedi il dualismo Onorato-Renzi). Sul tema poi cruciale del programma c’è il rischio concreto che il campo largo si limiti alla lista della spesa (sanità, scuola, benefit sociali) senza indicare le coperture finanziarie, cedendo in tal modo alla demagogia.
E ancora. Allargando lo sguardo oltre i confini nazionali, gli scenari per la sinistra non paiono troppo incoraggianti. In tutto l’Occidente i premier progressisti si contano sulle dita di una mano e per giunta risultano tutti più o meno traballanti (vedi lo spagnolo Sanchez).
Da ultimo, a rendere il quadro ancor più volatile, è la forte pressione esercitata su entrambi i poli da forze estreme: a destra Futuro nazionale di Vannacci, a sinistra il ventilato ritorno in campo di Alessandro Di Battista. La presenza di queste spinte centrifughe rischia di estremizzare il dibattito pubblico, allontanando i partiti dai problemi reali del Paese.
Sarà insomma un anno infuocato quello che ci separa dal voto. Proprio per questo, l’assoluta incertezza del risultato finale dovrebbe richiamare i partiti maggiori al senso di responsabilità, a non indulgere alla protesta di piazza, a non lisciare il pelo al populismo di giornata. l’Italia non può permettersi una campagna elettorale basata sulla rincorsa a promesse demagogiche irrealizzabili.
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