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MONDO. Tra nucleare e Stretto di Hormuz, resta da capire quali siano i reali termini dell’accordo.
Lettura 2 min.E con questa, se diamo retta a chi si è accollato il duro compito di tenere i conti, siamo a 39. Trentanove volte in cui, in poco più di due mesi di scontro con l’Iran, Donald Trump ha dato per prossimo un accordo. La svalutazione delle promesse trumpiane è ormai superiore a quella del dollaro (a proposito: inflazione al 4,2% negli Usa) e a questo punto è difficile continuare a pensare che si tratti di una particolare tattica negoziale. Viene più spontaneo pensare che, semplicemente, con il mal calcolato attacco all’Iran la Casa Bianca si sia cacciata in un ginepraio da cui non riesce più a venire fuori. Potrebbe provare a farlo a suon di bombe, aprendo però le porte non solo a una guerra totale ma anche a una potenziale crisi energetica ed economica globale tale da compromettere i Paesi con cui gli Usa hanno tessuto la loro rete di alleanze internazionali. E se in questo gran pasticcio c’è una cosa chiara, è che ogni volta ci si avvicina a tale prospettiva, una lunga serie di capi di Stato e di Governo prende il telefono e supplica Trump di ripensarci. Lui stesso, giovedì 11 giugno, nell’annunciare il 39° prossimo accordo, ha nominato Arabia Saudita, Egitto, Pakistan, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Bahrein, Giordania, nazioni vicine all’Iran (o a Israele, che sarebbe ovviamente coinvolto) e che non vogliono finire in una guerra che non hanno mai desiderato e che non corrisponde ai loro interessi.
Resta da capire, e speriamo di scoprirlo presto perché vorrebbe dire che in quest’ultimo annuncio c’è anche un po’ di sostanza, quali siano i termini del potenziale accordo. È impossibile non vedere quanto, in poche settimane, sia cambiato l’oggetto del contendere. All’inizio dello scontro si parlava soprattutto dell’uranio arricchito dell’Iran e dei progetti nucleari di Teheran, agitando lo spauracchio della bomba atomica di cui Netanyahu va parlando da più di trent’anni, sempre descrivendola come praticamente pronta. Quel tema, peraltro importantissimo, è ormai passato in secondo piano, sostituito dalla libertà di navigazione in quei tratti di mare, come lo Stretto di Hormuz o quello di Bab al-Mandeb minacciato dagli houthi alleati dell’Iran, che sono decisivi per il fluire delle risorse energetiche verso i Paesi industrializzati dell’Occidente e dell’Asia.
Un cambiamento di prospettiva che la dice lunga sulle reali preoccupazioni degli Stati Uniti. Quello a cui Trump davvero tiene, nel suo tentativo di contrastare il declino soprattutto economico del suo Paese, è di mettere (si veda il caso Venezuela) o tenere sotto controllo la maggior quantità possibile di gas e petrolio, in modo da spingere il resto del pianeta ad acquistarli o commercializzarli nell’ambito del progetto americano, pagando in dollari. La bomba atomica degli ayatollah, prospettiva più che inquietante ma tutt’altro che prossima come certificato anche dalla capa dell’intelligence Usa, Tulsi Gabbard, poi guarda caso dimissionaria, era la ragione «nobile» di un attacco dettato soprattutto dagli interessi economici. Come d’altra parte fu con l’Iraq e le presunte armi di distruzione di massa di Saddam nel 2003.
Può sembrare un paradosso ma la questione dell’uranio arricchito era in realtà più semplice da risolvere di quella del controllo degli stretti. L’uranio iraniano poteva essere messo al sicuro in un Paese terzo, per esempio quel Pakistan che in questa crisi ha acquisito uno status notevole e risulta fidato sia a Teheran che a Washington. Ma per lo Stretto di Hormuz, che fare? L’Iran ha provato che con una dozzina di mine ben piazzate si può condizionare e ricattare mezzo mondo, fino a pretendere un «pizzo» milionario per far passare le petroliere. Nello stesso tempo, però, ha dato un’idea agli Stati Uniti, che infatti hanno risposto con un controblocco. E la marina americana ha forze più che sufficienti, e lo ha dimostrato, per insediarsi in quelle acque e dirigerne il traffico.
È questo il grande tema geopolitico del momento, dall’Artico al Mar Nero allo Stretto di Malacca. Considerazione che, precedenti a parte, non invoglia all’ottimismo per quanto riguarda Usa e Iran. Ci vorrebbero interlocutori lucidi e ben disposti. Sia a Washington sia a Teheran, invece, ci pare di vedere leader confusi e oltranzisti.
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