Rassicurare gli Stati Uniti ma a Trump non basterà

MONDO. Giorgia Meloni si è trovata ieri sera (7 luglio) allo stesso tavolo di Donald Trump e del turco Recep Erdogan in compagnia del cancelliere tedesco Friedrich Merz, del presidente francese Emmanuel Macron, del premier dimissionario britannico Keir Starmer e del segretario generale della Nato Mark Rutte.

Lettura 2 min.

Anche se avrebbe probabilmente preferito non essere posta faccia a faccia con il presidente americano (si ipotizzava persino di un ritardo diplomatico nell’arrivo in Turchia) Meloni non ha potuto rifiutare di sedere al tavolo principale del vertice di Ankara. È stato obbligatorio insomma superare l’imbarazzo: è infatti lei la principale destinatario degli attacchi di Trump: dopo il meme sui social in cui invocava per lei un «decreto interdittivo» (come dire: non me la fate avvicinare), appena il suo aereo con rifiniture in oro ha toccato il suolo turco ha ripreso a criticare la presidente italiana: «Ha sbagliato, ha rovinato il rapporto» ha detto. E insieme alla leader italiana, il presidente Usa ha criticato tutti coloro che avrebbe di lì a poco incontrato alla cena del vertice: «Sono deluso dagli europei e dalla Nato, sono venuto a Ankara solo per amicizia con Erdogan, noi per loro spendiamo centinaia di miliardi ma quando abbiamo bisogno, loro non ci sono».

Il programma di acquisto «Purl»

La cena ieri sera era rigorosamente a porte chiuse, quindi ben poco sapremo oggi di come è andata al tavolo principale. Meloni aveva anticipato che sarebbe stata «più che gelida» ma anche lei non avrà potuto non rivendicare, insieme agli altri, che nel pre vertice dei ministri della Difesa, dei militari e dei costruttori europei degli armamenti (per l’Italia l’a.d. di Leonardo Lorenzo Mariani) si sono conclusi contratti di partenariato sulla difesa per almeno cinquanta miliardi, quello che secondo Rutte deve essere «un ruggito delle potenzialità della Nato». Chissà come avrà reagito Trump, interessato però soprattutto all’andamento del «Purl», il programma di acquisto di armi americane da parte europea per aiutare l’Ucraina. E qui c’è un’altra nota dolente: l’Italia non partecipa almeno per ora al programma Safe, piano di credito europeo per il riarmo. «C’è tempo fino alla fine dell’anno» ha spiegato il ministro degli Esteri Tajani in un bilaterale con il segretario di Stato Marco Rubio con il quale non ha mai cessato di tessere buoni rapporti anche mentre infuriavano i colpi più pesanti dei rimproveri di Trump a Meloni.

Le elezioni in Italia

Esaurita la curiosità dei posti a tavola per la cena, oggi tutta l’attenzione sarà concentrata sul vedere se la presidente italiana e il Cesare washingtoniano avranno un momento di colloquio a due o anche una semplice stretta di mano. C’è chi ha notato che Meloni è stata l’unica leader europea a rispondere agli insulti di Donald (gli altri hanno scelto la strada diplomatica del silenzio) e forse proprio questa è una spiegazione del perché di tanto accanimento verso Meloni che è (o era?) politicamente la più affine all’ideologia Maga. Certo nella campagna elettorale per le prossime politiche, Giorgia ha interesse a mantenere la schiena dritta: tutti i sondaggi parlano sia di un forte consenso alla frase «io e l’Italia non imploriamo mai» che un’accentuata antipatia verso l’americano. Ma resta un problema: l’Italia mette sul tavolo di Ankara una spesa per gli armamenti del 2,8% sul nostro Pil, cioè qualcosa di molto lontano dall’obiettivo del 5% che Washington esige da tutti gli europei per non ritirare i soldati dal continente. Quindi sarà difficile sottrarsi all’ennesima critica americana e non basteranno le rassicurazioni che Tajani ha dato a Rubio: «Stiamo mantenendo gli impegni presi in sede Nato».

© RIPRODUZIONE RISERVATA