«Il superpotere? Essere imperfetti». Alberto Fassi scrittore per ragazzi
L’INTERVISTA. «We are dreamers», il primo romanzo per ragazzi di Alberto Fassi, imprenditorie e fondatore del brand «Legami». «Un invito a essere curiosi, viaggiatori, giovani di spirito» in un mondo che punta sempre più alla performance.
Lettura 4 min.«Sognare è ancora il gesto più rivoluzionario che esista»: ne è convinto Alberto Fassi, tanto da mettere questo concetto al centro del suo primo romanzo per ragazzi «We are dreamers - La battaglia delle fragole» (Magazzini Salani, 368 pagine, 18 euro).
Bergamasco, fondatore di «Legami», un brand presente in oltre 70 Paesi, Fassi ha trasformato un’idea di prodotti di cartoleria in un manifesto di valori e per dare loro concretezza ha creato anche «Dreamland», poco lontano dalla sede dell’azienda, un parco di 32 ettari che ha appena compiuto tre anni, in cui l’uomo non può entrare, per fare spazio alla natura e alla biodiversità, con un kilometroverde di alberi e arbusti a separarlo dall’autostrada. Nel suo romanzo parte dai sogni, dalla curiosità, dal desiderio di essere se stessi e di creare un mondo migliore, scoprendo che anche le imperfezioni possono diventare talenti e punti di forza.
La storia è ambientata in un mondo distopico che contiene molti elementi della realtà contemporanea, in cui i bambini vengono selezionati a dodici anni da un algoritmo impietoso chiamato Next, e l’ideale da inseguire - sempre e comunque - è la perfezione.
Eppure al centro di questo mondo ipercontrollato ci sono quattro ragazzini imperfetti, curiosi, intraprendenti, capaci di prendere un’altra direzione, e la convinzione, ostinata e controcorrente, che i sogni possano cambiare il mondo. Ne abbiamo parlato con l’autore.
Lei ha costruito un brand presente in oltre 70 Paesi. Ora esordisce con un romanzo per ragazzi. Lo ha definito «un invito a sognare, a liberarsi dal peso delle aspettative che la vita impone». Eppure la strada da Bergamo al mondo non è stata priva di difficoltà, attese e pressioni. Cosa l’ha spinta a raccontare proprio questa storia, in questo momento? E cosa spera che un ragazzo si porti a casa dopo aver letto l’ultima pagina?
«Tutto è partito da Bergamo. “Legami” è nata e cresciuta qui, e ancora oggi questa città è il centro di gravità di tutto quello che faccio. La fondazione del brand è stata - ed è ancora - un percorso fatto di pressioni quotidiane, di fatica, di rischi. Ma soprattutto mi ha portato a compiere un cammino ricco di emozioni vere, di incontri che ti cambiano, di quelle esperienze che lasciano cicatrici che poi, alla fine, definiscono quello che sei diventato. Il libro è il racconto dell’avventura di quattro ragazzini preadolescenti che imparano a superare gli ostacoli, costruire amicizie, ritrovare quella natura selvaggia che è fuori di loro ma anche dentro. È un inno a sognare, a sporcarsi le mani, perché oggi viviamo in un mondo dove tutto è digitale, pulito, ottimizzato. E invece la vita vera ha un sapore completamente diverso. Il libro rappresenta un invito a essere curiosi, viaggiatori, giovani di spirito. “We Are Dreamers” contiene insomma anche l’anima del brand “Legami”. C’è anche “Dreamland”, il parco natura di 32 ettari che ho progettato e realizzato a Bergamo, dove ho voluto che l’uomo facesse un passo indietro per lasciare avanzare la natura. Un progetto in cui crediamo molto: già alla fine di quest’anno si allargherà a 40 ettari. In un’area che è tra le più cementificate d’Italia, cerco di salvare più terra possibile dal consumo del suolo. Il romanzo parla di questo, in fondo: di riprendersi quello che rischiamo di perdere».
«È un inno a sognare, a sporcarsi le mani, perché oggi viviamo in un mondo dove tutto è digitale, pulito, ottimizzato. E invece la vita vera ha un sapore completamente diverso. Il libro rappresenta un invito a essere curiosi, viaggiatori, giovani di spirito»
Nel suo romanzo ha costruito un mondo in cui ogni cosa — persone, strade, perfino gli alberi — deve crescere «dritta e senza guizzi», dove i ragazzi di dodici anni vengono sottoposti a quattro giorni di test chiamati Next e chi non supera la selezione «sale su un pullman e sparisce per sempre». È una distopia, certo, ma anche uno specchio molto nitido del nostro tempo. Stava descrivendo un incubo o qualcosa che già riconosce intorno a sé, nelle scuole, nelle famiglie, nella società delle performance e dei punteggi?
«Purtroppo, in effetti, il mondo distopico che ho immaginato non è poi così lontano. I guru digitali dei social ci invitano ogni giorno a rincorrere una perfezione irraggiungibile, a seguire nuovi manuali di vita fatti di performance, ottimizzazione, punteggi. Però ci tengo a dire una cosa: la mia non è una visione nostalgica o retrograda. Non sto rimpiangendo un passato che non tornerà. Sono convinto, al contrario, che il futuro apparterrà a chi sa essere davvero umano, con i propri difetti, le imperfezioni, la capacità di provare emozioni. Siamo ancora in tempo. Il sogno è ancora possibile. Ma dobbiamo sceglierlo, attivamente».
«Viviamo nell’era dei follower e dei like, ma poi scopriamo che le persone che contano davvero, quelle che ci sono quando ne abbiamo bisogno, sono sempre meno. Ci sentiamo più soli che mai, circondati da una folla digitale, un paradosso che sperimentiamo quotidianamente»
Il cuore del libro è una scoperta controcorrente: essere imperfetti è «l’unico superpotere che vale la pena di avere». Alice, Bruno, Daniela, Carlo non sono eroi tradizionali. Eppure sono loro a cambiare le cose. Spesso i messaggi rivolti ai ragazzi insistono sulla necessità di eccellere. Lei ha fatto una scelta diversa. Da dove nasce questa convinzione?
«Nasce dalla vita. Io non sono stato un ragazzino perfetto, e non lo sono nemmeno oggi. Ma il vero punto è che possiamo comunque sognare di costruire qualcosa di importante, di cambiare le cose, e farlo concretamente. A patto di saper sognare, di riprenderci quella voglia, quella capacità. Il superpotere di cui parlo nel libro non è la forza o l’intelligenza o il talento. È avere il coraggio di fare bei sogni, e saper immaginare in grande. I protagonisti della storia sono eroi perché non si arrendono, si aprono l’uno all’altro, accettano di essere visti, anche con i propri difetti e paure. In un mondo che premia l’apparenza, questo è rivoluzionario, perché mostrarsi per quello che si è davvero richiede un coraggio enorme, e cambia tutto».
Nel romanzo, il titolo stesso «We Are Dreamers» converge su un’idea precisa: che i legami autentici siano la «corda di salvataggio che ti tiene al sicuro anche quando tutto intorno è oscurità». Costruire relazioni vere in un mondo che spinge verso la solitudine competitiva non è facile. Come si coltiva questa capacità di legarsi, oggi, nell’era dei batticuore digitali e delle connessioni virtuali?
«Viviamo nell’era dei follower e dei like, ma poi scopriamo che le persone che contano davvero, quelle che ci sono quando ne abbiamo bisogno, sono sempre meno. Ci sentiamo più soli che mai, circondati da una folla digitale, un paradosso che sperimentiamo quotidianamente. I legami non si costruiscono né si mantengono da soli. Richiedono apertura, esposizione, la capacità di mostrare anche le proprie fragilità. E questo fa paura, soprattutto oggi. Per questo anche con “Legami” cerchiamo ogni giorno - attraverso i messaggi, le storie che raccontiamo - di riattivare questo desiderio: incontrarsi, aprirsi, tornare a conoscersi profondamente. Il romanzo è un grande invito a fare proprio questo. A non accontentarsi delle connessioni virtuali, ma cercare qualcuno con cui essere imperfetti senza paura. È difficile, forse scomodo, ma è l’unica cosa che conta davvero».
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