Martedì 17 Aprile 2012

Il ricordo di Piermario Morosini
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L'addio al campione
della porta accanto

di Giorgio Gandola

Non ci sta. Quel sorriso contagioso, di velluto, con l'effetto di carezza, nessuno riuscirà mai a rinchiuderlo in una bara. Neppure spingendolo a forza si può contenerlo e inchiodarlo dentro le convenzioni degli uomini. È un sorriso che sa come fare a liberarsi e a tornare a illuminare chi lo guarda. Non ci sarà mai buio per Piermario Morosini. Per questo, nel giorno dei funerali, abbiamo scelto di ricordarlo con un'immagine di libertà, quella che ci ha regalato nei pochi giorni in cui l'abbiamo conosciuto. Quella che gli amici tenevano fra le mani durante la veglia.

Quella che tifosi, nonne e nipotini, semplici passanti hanno imparato a riconoscere: è il Piermario Morosini, è un nostro amico. Non era un calciatore famoso, non ha mai vinto scudetti o classifiche dei cannonieri. Faceva la sua parte nel gruppo e poiché Ligabue continua ad essere la colonna sonora di questa giornata di saluto, possiamo sintetizzare che la sua era una vita da mediano. Ma era unico perchè - nonostante gli stereotipi, nonostante il divismo imperante, nonostante la superficialità di quel mondo - voleva che così fosse.

Ce lo ha detto Anna, la fidanzata: «Mi ha insegnato a vivere nel sacrificio, a vivere semplicemente». Tornava a Monterosso come una persona normale, lo si incontrava mentre correva da solo attorno allo stadio per un supplemento di allenamento, aiutava gli altri a centrocampo e nella vita. E in una società malinconica, chiusa, sempre più ripiegata su se stessa, portava sul volto un dono speciale: quel sorriso. Lui che aveva perso la mamma, il papà e un fratello, insegnava a sorridere. Lui che comunicava con lo sguardo (e solo con lo sguardo) con la sorella disabile, consolava gli altri. A 25 anni. Un giorno disse al parroco: «Nella mia vita ho più grazie da dire che recriminazioni da fare».

Fa bene a tutti noi sapere che una persona così sia esistita, esista non solo in letteratura e nell'iconografia dell'ultimo saluto, ma nella realtà. Di solito non fa il calciatore, ma esiste. Ce l'abbiamo accanto e talvolta non la riconosciamo. Ecco perchè tutta Bergamo, tutta Livorno, tutta l'Italia si è ricordata di Piermario. Ecco perchè il mondo del pallone ha voluto accompagnarlo nell'ultimo viaggio con una spontaneità ormai perduta: perchè lo conosceva da sempre. È quello che non si lamenta, quello che sgobba, quello che ti capisce quando sei in giornata no, quello che davanti a una sciocchezza detta o fatta ti giudica con un sorriso. Ciao Piermario, ti abbiamo accompagnato tutti, ciascuno con le proprie fragilità, ciascuno con le proprie sovrastrutture. Hai subìto il più mancino dei tiri, un contropiede micidiale, ma in questi cinque giorni insieme ci hai insegnato a non recriminare, a guardare avanti, a continuare ad allenarci ad affrontare la vita con «la leggerezza dell'uccello e non della piuma», come scriveva Calvino e come facevi tu.

Ieri Aldo Grasso sul Corriere della Sera ha scritto che sarebbe stato meglio giocare e fare silenzio, infastidito da «un'ubriacatura di chiacchiere». Frase metallica, sgradevole, come se il suo giornale avesse allegramente parlato d'altro. Al contrario, per una volta, il calcio ha mostrato l'umanità che la gente gli chiede. Per una volta il tempo della sospensione è stato riempito da pensieri buoni, merito della dolcezza contagiosa del Moro e di quel sorriso che è pura energìa. Piermario non è morto, è stato convocato nella nazionale più importante, dove mancava il mediano. Guardando ancora una volta quella foto ci sentiamo di chiedergli un ultimo favore: amico, continua a sorriderci.

Giorgio Gandola
(venerdì  20 aprile 2012)

r.clemente

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