Giovani russi mandati a morire, i sabotaggi

L’editoriale Una foto straziante tra le tante che ci arrivano dall’Ucraina, ritrae i corpi senza vita di una decina di giovani soldati russi abbandonati nelle campagne di Kharkiv, vittime dell’esercito di Kiev durante l’offensiva che ha respinto le forze di Mosca dalla città.

Giovani russi mandati a morire, i sabotaggi
Yegor Pochkaenko, 18 anni, è il più giovane soldato russo mandato a morire in Ucraina

La cura dei morti è antica come la civiltà umana. Esprime pietà per chi abbandona l’esistenza e contiene, al tempo stesso, la certezza che il viaggio continua in un altro mondo. Numerose testimonianze dirette e diverse fonti certificano la scelta del Cremlino: riportare in patria quei corpi e consegnarli alle famiglie significherebbe ammettere che le vittime russe sono molte migliaia. Probabilmente non le 27.200 dichiarate dal governo di Kiev, ma comunque un numero spropositato per una potenza che immaginava di liquidare il conflitto in poco tempo. L’Ucraina si è rivolta alla Croce Rossa per procedere alla restituzione dei corpi, ma la Russia si è rifiutata di riceverli. Nei primi giorni dopo l’invasione iniziata il 24 febbraio scorso, il Cremlino aveva vietato i funerali dei soldati. «Ci hanno detto che non avremo la salma del nostro caro indietro finché tutto non sarà finito» confidò una donna al giornale d’opposizione «Novaya Gazeta», nel frattempo costretto a chiudere. Del resto la guerra non è ufficialmente riconosciuta come tale da Mosca, che ha sempre parlato di «operazione speciale». Nel frattempo è nato un canale su «Telegram» per le madri dei militari, un aiuto alle famiglie a ritrovare caduti e prigionieri.

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