Il cambio di regime e i peggiori scenari

MONDO. Un’altra guerra, ancora morti e distruzioni. Dopo il crollo della sua area di influenza - dal Libano allo Yemen - adesso è il turno dell’Iran stesso, ma è l’intero Medio Oriente a rischiare di precipitare nell’abisso.

Lo si sapeva: era questione di tempo. Gli occidentali non avrebbero mai potuto permettere che gli ayatollah si dotassero dell’arma atomica. I massacri di gennaio, perpetuati dal regime di Teheran contro la propria popolazione che protestava per la grave crisi economica e contro la repressione, hanno tolto qualsiasi freno all’azione di Trump e Netanyahu. Da ore autorevoli specialisti si interrogano dove sia il confine tra quello che resta del diritto internazionale - calpestato dai prepotenti e dalla loro politica del «bastone» - e la difesa di civili inermi alle mercé di squadracce, assoldate da un’autocrazia oscurantista che da decenni ha occupato il potere. Un potere cosmeticamente giustificato per di più da elezioni farsa.

Gli obbiettivi di Usa e Israele

Stati Uniti e Israele stanno ora mirando al bersaglio grosso, ossia al cambio di leadership a Teheran. L’eliminazione fisica delle principali personalità del regime degli ayatollah (grazie anche ad una sofisticata azione delle intelligence) si accompagna al contemporaneo invito alla popolazione a sollevarsi. La scommessa di Washington e Tel Aviv è di vincere senza mettere «boots on the ground» (cioè senza la necessità di un’operazione terrestre). In queste situazioni chi ha le armi o le controlla ha la meglio: a Teheran l’esercito o i pasdaran (le Guardie della Rivoluzione). Sono queste ultime, stando agli addetti ai lavori locali, ad essere la vera spina dorsale del regime degli ayatollah. La popolazione, che a gennaio ha contato decine di migliaia di morti, ha solo l’opzione di travolgerle, sperando nella loro dissoluzione. Ma se ciò non avvenisse si aprirebbe la strada ai peggiori scenari possibili. Russia e Cina resteranno a guardare? Gli ayatollah bloccheranno definitivamente lo stretto di Hormuz, passaggio obbligato per gran parte del petrolio mediorientale?

Gli alleati di Mosca cadono a uno a uno

Finora Mosca, legata a Teheran da un accordo strategico in campo militare, ha soprattutto fornito strumentazioni per la repressione, per bloccare Internet. I suoi sistemi di difesa aerea sono apparsi in difficoltà rispetto alla supremazia occidentale. Stando ad autorevoli esperti russi, al momento la risposta del Cremlino dipenderà da quanto a fondo americani e israeliani andranno con la loro azione e, a seconda dello scenario, verrà elaborata una conseguente risposta. Certo - dopo aver perso la Siria nel 2024, aver osservato gli eventi in Venezuela in gennaio - Putin, a corto di risorse per il conflitto in Ucraina, non può più permettersi di restare con le mani in mano. Oggi l’Iran e presto Cuba sono entrati nel mirino di Donald Trump. I poteri nei Paesi alleati del Cremlino stanno cadendo uno ad uno. Putin dovrà far qualcosa per fermare il tramonto geopolitico della Russia, definita da Trump in ottobre una «tigre di carta».

E Xi Jinping? Invaderà Taiwan? Il pericolo che nel Golfo Persico salti fuori un qualche missile di fabbricazione cinese da lanciare contro le portaerei Usa non è da scartare. Pechino, però, asseriscono noti osservatori militari, non è pronta per scontrarsi con Washington. Solo tra un paio d’anni potrebbe esserlo. Ecco la ragione per la scelta di tempo dell’attacco del duo Trump-Netanyahu, scelta avvalorata anche dal nuovo controllo Usa sul mercato del petrolio mondiale. Ma attenzione: Teheran non è Caracas e non si trova nelle lontane Americhe. Le prossime ore potrebbero essere decisive.

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