(Foto di Ansa)
MONDO. È umanamente accettabile che due milioni di persone, in prevalenza donne e minori, sopravvivano nella Striscia di Gaza in tende ed edifici cariati dai bombardamenti, senza servizi igienici e con cibo e medicinali largamente insufficienti per rispondere a bisogni cresciuti dopo la distruzione dell’area?
Dovrebbe essere una domanda retorica per gli attori che hanno il potere di dare risposte a una crisi umanitaria devastante. Venerdì scorso Donald Trump ha annunciato con toni trionfalistici la formazione del comitato per rendere «operativa la visione del Board of Peace». Board è termine mutuato dal linguaggio aziendale, significando consiglio di amministrazione. Ma la Striscia non è un’azienda, è un buco nero nella geografia, nella geopolitica e nella coscienza della cosiddetta comunità internazionale, «terra bruciata» secondo l’obiettivo che aveva dato Benyamin Netanyahu il 7 ottobre 2023, quando in risposta al pogrom di Hamas in Israele annunciò «una poderosa vendetta». Venerdì scorso uno dei suoi leader, Bassem Naim, aveva affermato che l’organizzazione islamista è disponibile a cedere l’amministrazione di Gaza al comitato, un passaggio confermato dalla Casa Bianca. Nella ridda delle dichiarazioni, ieri è arrivata quella del premier israeliano per il quale «l’annuncio sulla composizione del comitato è contrario alla nostra politica». A stretto giro di posta, le parole raggelanti del ministro dell’ultradestra religiosa Itamar Ben Gvir: «La Striscia non ha bisogno di alcun comitato: deve essere ripulita dai terroristi di Hamas, che vanno annientati, e bisogna incoraggiare un’immigrazione volontaria di massa, in conformità con il piano originale del presidente Trump».
In due anni di bombardamenti, di distruzione del 90% degli edifici, l’organizzazione islamista è stata indebolita ma non annullata e controlla il 46% dell’area, la restante sotto la vigilanza dell’esercito di Tel Aviv. Durante la «tregua» scattata nell’ottobre scorso, a Gaza si è continuato a morire portando il bilancio delle vittime dal famigerato 7 ottobre a 72mila palestinesi (19mila i minori) e un migliaio di soldati israeliani. Secondo un rapporto pubblicato dal «New York Times», basato su immagini satellitari di «Planet Labs», dall’inizio del «cessate il fuoco» le «Idf» hanno distrutto altri 2.500 edifici. In questo «cupio dissolvi» va inserita la messa al bando da parte del governo Netanyahu (entrerà in vigore il 1° marzo prossimo) di 37 organizzazioni umanitarie internazionali che operano nella Striscia e in Cisgiordania, enti di accertata serietà ed efficacia, come «Medici senza frontiere» (nella regione di Gaza garantisce il 20% dei posti letto ospedalieri e segue un terzo delle nascite), «Oxfam» e Caritas di Gerusalemme, riconosciuta da Tel Aviv con un accordo siglato nel 1993.
Le organizzazioni hanno respinto le accuse non comprovate riguardo alla mancata trasparenza su personale riconducibile ad Hamas e alla Jihad islamica. Gran Bretagna, Francia e Canada hanno condannato la decisione e chiesto all’esecutivo israeliano di «eliminare questi ostacoli all’accesso umanitario e adempiere ai propri impegni nel territorio». Nella dichiarazione congiunta, firmata da altri sette ministri degli Esteri, si esprime «profonda preoccupazione» per la «catastrofica situazione della Striscia», con l’appello a permettere all’Onu e ai suoi partner di «continuare il lavoro vitale», a revocare le restrizioni all’entrata degli aiuti umanitari, rispettando gli accordi sulla tregua del 10 ottobre 2025. A inizio gennaio il quotidiano israeliano «Yedioth Ahronoth» intanto ha dato conto di una vicenda del settembre 2023, quando Netanyahu chiese al Qatar di aumentare i fondi trasferiti ad Hamas nella Striscia per l’acquisto di carburante e «in risposta alle minacce di escalation» degli islamisti.
Oggi la bontà delle azioni andrebbe misurata su un’evidenza che rischia di avere effetti umani e sociali ulteriormente gravissimi, fotografata dal Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme, in un’intervista a «Vatican News»: «Nella Striscia c’è più cibo di prima, ma mancano i medicinali. Si muore di freddo, ma anche per mancanza di assistenza medica, perché non ci sono gli antibiotici né i medicamenti base. Insomma, per la popolazione le prospettive restano molto, molto incerte». Il detto latino «primum vivere, deinde philosophari» (prima vivere, poi filosofare) esorta a dare priorità alle necessità concrete e alla sopravvivenza. Il tempo di restare a guardare è già stato consumato tutto.
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