( foto ansa)
MONDO. Mentre Donald Trump si apprestava a incontrare Xi Jinping a Pechino, la Russia giovedì scorso lanciava uno dei più gravi attacchi sull’Ucraina con missili e droni dall’inizio dell’invasione su larga scala, il 24 febbraio 2022.
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Il raid su Kiev ha sbriciolato l’ala di un condominio uccidendo nel sonno 24 persone, fra le quali tre bambini. La coincidenza appare difficilmente casuale. Può essere invece letta come un messaggio implicito alle due grandi potenze, Usa e Cina: è Mosca a dettare la linea sulla guerra contro lo Stato confinante. Il Cremlino è deluso dalla mediazione della Casa Bianca perché si attendeva mosse decisive per obbligare Kiev alla resa accettando il «Piano di pace» nella versione gradita da Vladimir Putin, con la pretesa di ottenere territori non ancora conquistati (il 20% dell’oblast di Donetsk, in Donbas) e di dettare le garanzie di sicurezza a un Paese che ha menomato già nel 2014 con l’annessione militare e illegale della Crimea. Gli Stati Uniti peraltro non hanno più carte da giocare rispetto all’Ucraina, non fornendole più sostegno in armamenti diretto e avendo sospeso quello tramite gli acquisti dell’Europa. Gli arsenali americani infatti sono in svuotamento in seguito alla folle aggressione all’Iran su sollecitazione israeliana.
Sarebbe ora che Bruxelles nominasse un inviato speciale per il conflitto e riaprisse una linea di comunicazione con la Russia per sondarne le intenzioni
La Cina è il principale sostenitore dell’asfittica economia russa che paga i costi dell’invasione (il 30% del bilancio statale destinato alle spese militari, l’inflazione al 5,6%, al di sopra del 4%, obiettivo della Banca Centrale di Mosca, le previsioni di crescita del Pil ridotte di tre volte, allo 0,4%). Anche Putin andrà a Pechino (martedì prossimo) per incontrare Xi Jinping, verificare e rafforzare la tenuta dell’intesa decisiva. In questo quadro si inserisce la dichiarazione del capo del Cremlino durante la conferenza stampa nel «Giorno della vittoria», il 9 maggio scorso, quando si è detto disposto a dialogare con l’Ue, alleata sostanziale di Kiev insieme ad una ventina di Stati non europei. Sarebbe ora che Bruxelles nominasse un inviato speciale per il conflitto e riaprisse una linea di comunicazione con la Russia per sondarne le intenzioni. Anche se peraltro martedì scorso lo zar ha avvisato l’Armenia: deluso dal Cremlino per non essere stato difeso militarmente nella guerra dell’Azerbaijan nel 2023, lo Stato caucasico si sta avvicinando all’Ue. Da qui la minaccia del presidente russo: «Ora stiamo vivendo tutto ciò che accade sul fronte ucraino. Ma da dove è iniziato tutto? Dall’adesione dell’Ucraina o dai tentativi di aderire all’Unione europea». Non dalla Nato quindi, ma dalle proteste di Maidan tra il 2013 e il 2014 quando un milione di persone scesero in piazza a Kiev e nelle altre principali città ucraine per protestare contro le derive autoritarie del presidente Viktor Yanukovich e il tradimento del programma elettorale disdicendo la sigla del Trattato di associazione all’Ue. Sfiduciato in Parlamento anche dal suo partito, Yanukovich lasciò il Paese e si rifugiò a Mosca, dove vive tuttora nell’agiatezza. Putin in quei mesi comprese di aver perso il controllo del vicino («uno Stato artificiale, parte della Russia» secondo il mantra del nazionalismo storico e contemporaneo) e avviò la prima invasione, in Crimea. Allora le posizioni europeiste in Ucraina erano leggermente maggioritarie (51% secondo diversi sondaggi) ma l’aggressione su larga scala del 2022 ha allargato la frattura.
Intellettuali e politici italiani sostengono che quella in corso in Ucraina è «una guerra tra eserciti». Ci sono invece tre fronti interni: quello lungo la linea di contatto militare, attualmente lunga 1.500 km nel Donbas, che ha portato a perdite complessive di un milione di soldati (stima prudenziale tra morti e feriti, comunque persone innanzitutto, per il 70% tra i russi). La seconda linea è il bombardamento quotidiano e deliberato degli invasori di abitazioni, scuole, ospedali e centrali elettriche (secondo l’Onu sono 2 milioni gli edifici distrutti o danneggiati dal 24 febbraio 2022) con lo scopo di terrorizzare. La terza è ciò che è avvenuto nei territori che furono occupati: uccisioni di civili, detenzioni arbitrarie, torture e sparizioni. Pratica in atto anche nel 18% di Ucraina annessa da Mosca, dove per decreto vige l’obbligo di prendere la cittadinanza russa per non perdere casa e assistenza sanitaria, oltre al lavoro per chi lo ha. Crimini di guerra e contro l’umanità che hanno portato la Corte penale internazionale a emettere sei mandati di cattura recapitati al Cremlino (Putin è il destinatario più noto).
Parlare a nome di un popolo, attribuendo le responsabilità della condizione di vittima al suo governo, è posizione arrogante, cinica e irrazionale
Parlare a nome di un popolo, attribuendo le responsabilità della condizione di vittima al suo governo, è posizione arrogante, cinica e irrazionale. Il presidente Volodymyr Zelensky è criticato in patria per varie ragioni (dall’accentramento dei poteri alla tardiva lotta alla corruzione) ma non per la difesa dall’occupazione: dove c’è, ci sono crimini ed è umano volerli allontanare. Non solo in Ucraina.
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