La premier, il discorso elettorale e i paletti

ITALIA. Giorgia Meloni ha scelto di andare all’attacco a testa bassa: nel suo primo intervento dopo la bruciante sconfitta al referendum, l’informativa svolta dalla presidente del Consiglio sia alla Camera che al Senato ha avuto il sapore di un discorso elettorale.

Un discorso tutto puntato a polemizzare con l’opposizione e la sua asserita mancanza di proposte alternative («Vi sfido sul merito delle cose»): messo il referendum tra parentesi («Un’occasione persa per l’Italia»), sbrigata rapidamente la pratica delle dimissioni di Santanchè, Delmastro e Bartolozzi («scelte dolorose» e adesso «basta con le polemiche inutili»), la premier ha tenuto a chiarire un punto determinante, e cioè che «il governo c’è e la maggioranza anche». Quindi niente rimpasto, nessuna crisi di governo, nessuna tentazione di andare subito al voto per evitare un anno «da anatra zoppa», si va avanti spavaldamente fino al 2027, scadenza naturale della legislatura. Dopodiché c’è stata la sciorinatura di tutti i provvedimenti, annunciati e/o realizzati, di quattro anni di governo. Partendo dalla politica estera: se le si rimprovera di essere subordinata a Trump e di non saper scegliere tra l’imprevedibile presidente Usa e le ragioni europee, Meloni si aggrappa a ottant’anni di politica estera italiana filo atlantica ed europeista per dire che lei non ha modificato di una virgola ciò che è stato fatto dai governi precedenti, qualunque fosse il loro colore: «Volete forse rompere con gli Stati Uniti?» ha chiesto polemicamente. E poi: sulle scelte generali in questi anni di guerre e conflitti, l’Italia - sostiene Meloni - ha fatto le stesse scelte dei partner dell’Unione, e quando c’è stato da dire «non sono d’accordo», è stato fatto, e via con l’elenco: disaccordo sui dazi, sulla Groenlandia, sull’onore dei nostri soldati, sull’Ucraina, sulla guerra contro l’Iran. Serve - ha continuato - l’unità dell’Occidente e una Nato rafforzata da un ruolo accentuato dell’Europa.

La politica estera

Stesso atteggiamento nei confronti di Israele cui Roma ha chiesto «ripetutamente di evitare l’escalation» e ha protestato per tutte le volte che l’Idf ha messo in pericolo la vita dei nostri soldati delle missioni Onu in Medio Oriente. E a chi le rinfaccia di aver portato poco o niente a casa dai suoi recenti viaggi in Algeria e nei Paesi del Golfo, ha buon gioco a rispondere: il dovere del presidente del Consiglio è di cercare comunque e in ogni modo di garantire la sicurezza energetica del Paese, «e io lavoro per questo, la mia non è una fuga dalle polemiche italiane» (l’accusa in verità meno centrata arrivata dal Pd).

Insomma, una Meloni da combattimento, del tutto indifferente a chi le dice che il suo non è stato il discorso del leader di un Paese ma di un capo partito, di un capo fazione in campagna elettorale che riserva alle opposizioni più critiche e accuse che offerte di collaborazione. Quanto al referendum, cancellato.

L’esito del referendum

E invece proprio dal referendum sono partiti i suoi avversari, da Conte a Schlein a Renzi a Bonelli&Fratoianni. Tutti arciconvinti che «la sveglia» ricevuta dal governo da parte dell’elettorato sia la premessa per la vittoria elettorale del campo largo l’anno prossimo. «Tra poco tocca a noi» per dirla con Renzi. «Lei ha un grande futuro alle spalle» secondo Conte, tentato di dare già per archiviata la stagione di Meloni e del suo governo. E Schlein: «In quattro anni lei non ha fatto nulla». Forti di questa convinzione, Schlein e Conte hanno più che altro colto l’occasione per una gara oratoria tra loro due, entrambi convinti di essere il miglior candidato presidente del Consiglio della sinistra alle prossime elezioni.

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