La Russia alza i toni: il fattore tempo

ESTERI. Niente di nuovo sul fronte orientale. Ucraini e russi se le continuano a dare di santa ragione anche se adesso pare che la controffensiva di Kiev, iniziata ai primi di giugno, abbia rallentato sensibilmente.

Come era nelle aspettative della vigilia, la mediazione dei leader africani dopo i colloqui con Zelensky e Putin non è giunta ad alcun risultato tangibile. Questa rimane l’ora delle armi: quella delle diplomazie è ancora lungi dal divenire. Il vero obiettivo degli africani era solo quello di ribadire e ricordare ai due Paesi slavi che l’accordo sull’export del grano, in scadenza il 17 luglio, va prolungato, altrimenti si aggraverà la situazione alimentare nel mondo.

Militarmente gli ucraini sono frenati nella loro avanzata dall’inferiorità nel controllo dei cieli. Aspettare che i propri piloti siano in grado di guidare gli F-16 occidentali non è possibile. Ecco la ragione per cui gli alti comandi stanno studiando altre soluzioni. Finora le difese russe, circondate da campi minati sconfinati, sono riuscite a fermare i carri armati di Kiev. Lo stesso dicasi per le campagne allagate a causa dall’esplosione della diga di Kakhovka.

Ma all’improvviso la «linea Maginot» di Mosca potrebbe crollare o le acque ritirarsi e la via verso Berdiansk, Melitopol e la Crimea, nocciolo della disputa tra i due Paesi slavi, diventare un’autostrada. Non è un caso, quindi, che la minaccia di usare armi tattiche nucleari sia ritornata ad echeggiare. Di solito quando i russi alzano i toni è perché sono in difficoltà. Putin e i suoi ministri continuano a mostrare grande fiducia nelle proprie possibilità di vittoria. Il problema «tempo» è, però, per gli ucraini di non secondaria importanza. Tra l’11 e il 12 luglio a Vilnius l’Alleanza atlantica inizierà a porre le fondamenta per la nuova architettura di sicurezza per il XXI secolo. Certo Kiev verrà inserita sotto «l’ombrello» occidentale, ma una cosa per Zelensky è giungere all’appuntamento lituano da potenziale vincitore, un’altra essere avvolto da un alone di ennesima incertezza. Poi l’appuntamento successivo è il 2024, anno di consultazioni elettorali in Russia, Ucraina e Stati Uniti, quando gli equilibri potrebbero davvero cambiare. Almeno così sperano al Cremlino. In queste stesse ore l’Amministrazione Biden è attivissima diplomaticamente per isolare la Russia. Mentre trattava sulla questione di Taiwan, il segretario di Stato Blinken ha ripetuto ai cinesi - nella prima visita ufficiale a Pechino di un alto esponente Usa dal 2018 - che Washington ritiene inaccettabile eventuali loro forniture di armi a Mosca. In un negoziato segreto, la cui esistenza è stranamente trapelata alla stampa, gli americani hanno chiesto agli iraniani di non fornire più droni ai russi. In cambio Biden sarebbe disponibile ad ammorbidire le proprie posizioni sul programma nucleare degli ayatollah, ormai, invero, fuori controllo.

In un momento di alte tensioni politiche e di non poche incertezze economiche, a parte una frase sfuggita a Biden (che ha definito il presidente Xi Jinping «un dittatore») Washington e Pechino sembrano aver scelto la strada del dialogo - a scapito di Mosca - piuttosto che quella pericolosa della continua escalation. In breve, meglio ora non farsi male e seguire i desideri dei «big» delle compagnie Usa, tra questi Bill Gates, ricevuto con tutti gli onori e in pompa magna addirittura da Xi Jinping in persona. Almeno questa mediazione avrebbe avuto successo. Dopo tutto raffreddare i bollenti spiriti non è mai una brutta cosa, soprattutto quando ci sono così tante armi nucleari in giro.

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