Riallineati all’Europa: il «ponte» con gli Usa è fallito

MONDO. La parabola che allontana sempre di più Giorgia Meloni da Donald Trump ha avuto un’altra accelerazione a Yerevan (Armenia) al vertice della Comunità europea, un format voluto anni fa da Macron che si allarga, oltre i confini dell’Unione, a Paesi europei come l’Albania e la Svizzera o che riconoscono nell’Europa la propria matrice umana e culturale come il Canada.

E proprio in quella sede Meloni ha risposto con una certa durezza al Trump che minaccia l’Italia di ritirare i propri soldati di stanza nella Penisola come reazione a un presunto venir meno del nostro Paese dalla lealtà verso gli Usa. Dice Meloni: «L’Italia non è mai venuta meno ai patti sottoscritti in ambito Nato anche quando non coinvolgevano nostri diretti interessi come in Iraq». Per poi aggiungere: «E rilevo che nessuno si è presentato in sede formale a chiedere la nostra collaborazione», e questa è proprio per Trump che si lamenta del mancato aiuto in Iran e soprattutto nello Stretto di Hormuz da parte nostra come di altri Stati europei senza peraltro aver mai chiesto il nostro aiuto. La stoccata al presidente americano che si fa raffigurare sui social simile a Giulio Cesare (che però le guerre le vinceva) segna dunque un altro punto di riavvicinamento ai maggiori Paesi europei come si è visto a Yerevan nel format pubblico con Macron, Starmer e Ursula von der Leyen: la premier, che incontrerà il segretario di Stato Usa Rubio in visita in Vaticano, ha esortato l’Unione a fare un passo avanti, a prevedere oltre che ad affrontare le grandi crisi come il Covid o la guerra in Ucraina. «Alziamo il tiro» ha detto Meloni ai suoi colleghi poco prima di co-presiedere con Macron una sessione sulla lotta alla droga.

Dice Meloni: «L’Italia non è mai venuta meno ai patti sottoscritti in ambito Nato anche quando non coinvolgevano nostri diretti interessi come in Iraq». Per poi aggiungere: «E rilevo che nessuno si è presentato in sede formale a chiedere la nostra collaborazione»

Quella di Meloni non è un’azione volta a collocare in modo diverso l’Italia nel contesto internazionale, dal momento che i pilastri della nostra politica estera - fedeltà atlantica ed europeismo - non sono mai cambiati, piuttosto segnano il definitivo abbandono di quella ambizione di far da ponte tra le due sponde dell’Atlantico facendo leva sulla affinità politica con Trump, affinità che si è andata via via affievolendo con i ripetuti attacchi del presidente all’Italia e, personalmente, a Giorgia Meloni. Fino ad arrivare all’ultimo sgarbo, quello di rilanciare sui social del tycoon un’intervista molto filo trumpiana di Matteo Salvini, l’alleato-concorrente che, alla ricerca di consenso elettorale, prova a scavalcare la premier ora con Trump ora con il partito filo russo europeo (che però ha perso il suo alfiere Orban, sconfitto alle elezioni ungheresi) e mantiene una linea di costante polemica con Tajani, leader di un partito aderente al Ppe e quindi profondamente europeista. Nonostante questi tentativi leghisti, Meloni non ha mai receduto dal suo appoggio all’Ucraina, ribadito anche a Yerevan dove era presente il premier Zelensky. Un appoggio che viceversa nell’opposizione si è molto indebolito: il progressivo spostamento a sinistra del Campo largo su pressione di Conte e del duo Bonelli&Fratoianni, è riuscito a mettere la sordina anche al sostegno che il Pd ha sin dall’inizio offerto alle iniziative del governo in aiuto, anche in termini di armi, all’Ucraina aggredita da Putin. Questo tatticismo di Elly Schlein, tutto concentrato sul mantenere in piedi il «Campo» (che però non è un’alleanza, dice Conte) produce notevoli difficoltà ai cosiddetti riformisti del partito che invece sono apertamente per l’Ucraina e anche per il riarmo europeo in funzione difensiva dalle mire russe.

È anche per questa ragione che ieri si è registrato un addio al Pd, quello dell’ex ministra Marianna Madia che è confluita in Italia Viva con Matteo Renzi: l’obiettivo ha detto, è quello di costruire un’area riformista nel centrosinistra che oggi manca o è troppo debole e dispersa.

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