Su Israele e Palestina occorre capire i fatti

IL COMMENTO. Secondo l’Ocha (Office for the Coordination of Humanitarian Affairs) dell’Onu, la campagna del terrore lanciata da Hamas il 7 ottobre avrebbe causato tra gli israeliani, al 20 ottobre, 1.400 morti e 4.692 feriti. Considerati i 200 ostaggi la cui sorte è purtroppo incerta, stiamo parlando di 6.292 vittime dirette. In una popolazione che a stento arriva ai 10 milioni di persone, ciò significa che nello Stato di Israele è stata colpita una persona ogni 1.500. È una proporzione altissima, dolorosissima.

Se usiamo le stesse fonti per fare o stesso calcolo con gli abitanti di Gaza (2 milioni), dove alla stessa data erano morte 5mila persone e altre 17mila erano state ferite, concludiamo che nella Striscia c’è una vittima della reazione israeliana ogni 91 abitanti. E qui la proporzione è addirittura incredibile. Ha quindi ragione assoluta il Patriarca di Gerusalemme Pierbattista Pizzaballa quando scrive, nella lettera indirizzata alla sua diocesi (quindi ai cattolici di Israele, Cisgiordania, Gaza, Giordania e Cipro), che ieri L’Eco di Bergamo ha riportato, che si tratta di una «violenza insensata» che va fermata e di «tragedie che non sono comprensibili e che abbiamo il dovere di denunciare e condannare senza riserve».

E qui sta uno dei grandi problemi di noi tutti, che non siamo toccati dalla tragedia e che, invece, dovremmo contribuire a spegnerla. Perché «denunciare senza riserve» vuol dire innanzitutto affrontare i fatti, mentre da noi tutto si trasforma in un’arena di invettive senza costrutto.

È un delitto intellettuale e politico, questo, che contribuisce anche a spiegare perché non si riesca a venir fuori da questa tragedia. L’esempio più lampante si è avuto quando a poche ore di distanza si sono succedute le dichiarazioni del segretario generale dell’Onu Antonio Guterres e del presidente turco Recep Tayyep Erdogan. Partiamo da quest’ultimo: parlando ai deputati del suo partito, Erdogan ha detto che «Hamas non è un movimento terroristico ma un movimento di liberazione». Se davvero crede questo, il presidente dovrebbe considerare liberatorio anche l’Isis, perché Hamas ne ripete passo passo la postura islamista quando scrive (si legga lo statuto, che si trova in Rete) «la Palestina è terra islamica affidata alle generazioni dell’islam sino al giorno del giudizio» e aggiunge che «la stessa regola si applica a ogni terra che i musulmani abbiano conquistato con la forza». Si badi bene: terra islamica, non palestinese. Qualcuno può considerare l’Isis un «movimento di liberazione»? O dire che l’Isis non pratica il terrorismo?

Nello stesso calderone, però, è finito anche il segretario dell’Onu Guterres, accusato da Israele di «mostrare comprensione per i terroristi di Hamas». Rivolgendosi al Consiglio di Sicurezza Onu, Guterres ha espresso due concetti urticanti. Il primo: «È importante riconoscere anche che gli attacchi di Hamas non sono arrivati dal nulla… Il popolo palestinese è stato sottoposto a 56 anni di soffocante occupazione». Il secondo: «Gli attacchi spaventosi (quelli di Hamas il 7 ottobre, ndr) non possono giustificare la punizione collettiva del popolo palestinese».

Guterres poteva forse dirlo in un altro momento, e dirlo meglio. Resta il fatto che i territori che Israele conquistò nel 1967 con la guerra dei Sei Giorni sono considerati dall’Onu (Risoluzione 242), e quindi dal diritto internazionale, «territori occupati», il che fa di Israele la potenza occupante, che infatti li resse con un’amministrazione militare almeno fino al 1981. Anche Israele li riconosce non suoi, li definisce «territori contesi». Ma dal 1967 a oggi ha continuato a occupare sempre nuova terra. Stiamo ai giorni nostri: nel giugno scorso il Consiglio supremo di pianificazione di Israele ha approvato la costruzione di altre 5.700 unità abitative per i «coloni» (israeliani) in Cisgiordania (Palestina) e nel 2023 in totale di altre di 13.056 case. Non è un’occupazione?

Quanto alla «punizione collettiva del popolo palestinese», forse bastano le cifre di cui sopra. Sarebbe follia credere che tutti i palestinesi di Gaza siano militanti di Hamas. E ancor più folle credere che Gaza possa essere bombardata in modo «intelligente». Con 4mila persone per chilometro quadrato nella Striscia, e molte di più in Gaza City, la «punizione» può essere solo «collettiva». È inevitabile, e lo sanno tutti.

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