Più che una tregua è una presa d’atto. Le guerre non si vincono

MONDO. La dimostrazione lampante che i conflitti contemporanei, tutti, non risolvono i problemi ma ne creano di ancora più grossi.

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Se e quando l’accordo tra Usa e Iran verrà formalizzato (una riserva di prudenza conviene tenerla, visti i precedenti), di sicuro partirà la corsa a decidere chi ha vinto e chi ha perso. A noi, al momento, pare importante soprattutto un’altra cosa: questa disgraziatissima «guerra preventiva», lanciata da Donald Trump e Benjamin Netanyahu con la scusa di una bomba atomica iraniana che persino l’intelligence Usa non vedeva prossima (e le fresche dimissioni di Tulsi Gabbard la dicono lunga) e poi fermata con una tregua tra contendenti incapaci di vincerla, è stata la dimostrazione lampante che le guerre contemporanee, tutte, non risolvono i problemi ma ne creano di ancora più grossi. Dall’Iraq alla Libia, dalla Siria all’Ucraina, oggi le guerre non si vincono al modo di una volta: provocano stragi di civili e non spostano le questioni fondamentali. Nemmeno lo strapotere militare di Israele, usato quasi senza freni, ha sradicato Hamas da Gaza o Hezbollah dal Libano.

La riapertura di Hormuz

La speranza, quindi, è che questa evidente realtà dei fatti, tanto banale quanto decisiva, passi dallo status di constatazione generale a quello di consapevolezza politica. Che entri, cioè, nel modo di ragionare dei vari Trump, Putin, Merz, Xi Jinping. Da troppo tempo ci si balocca con le armi, indifferenti alle sorti dei popoli e all’incredibile quantità di risorse bruciata invano. Da questo punto di vista, tornando all’accordo Usa-Iran, la prevista riapertura dello Stretto di Hormuz è una notizia da festeggiare: la crisi globale causata dall’impennata dei costi dell’energia, grave ora e prevista come drammatica per l’autunno, non significa solo bollette più care ma anche tensioni tra i Paesi, «ricatti» dei fornitori ai consumatori e un’agitazione politica globale di cui non si sente proprio il bisogno.

Il tema del nucleare

Così come, collegata a quel primo provvedimento, è un’ottima cosa che ci si voglia dare tempo per discutere del tema del nucleare e dell’uranio arricchito iraniano. È un problema assai meno complesso di quel che sembri. Le autorità iraniane dicono e ripetono di non volere la bomba atomica ma di avere diritto allo sfruttamento del nucleare per usi civili. Sulla seconda parte del ragionamento non possono esservi dubbi. E non è difficile eliminare i dubbi sulla buona fede degli iraniani a proposito dell’uranio: basta portarlo fuori dall’Iran. Trump non può pretendere di prenderlo e portarlo negli Usa. A lui, ovvio, serve per gridare di aver vinto. Ma allo stesso modo per gli ayatollah vorrebbe dire umiliante sconfitta. La soluzione è affidare l’uranio a un Paese terzo: si sono offerti la Russia e il Pakistan ma non sono certo gli unici a poterlo fare.

Israele e Libano

A ben vedere, il capitolo più complesso non riguarda direttamente Usa e Iran ma Israele e Libano. Benjamin Netanyahu ha subito criticato l’ipotesi di accordo e si capisce perché: le elezioni politiche sono alle porte, lui ha promesso al Paese la sconfitta definitiva del vecchio nemico Iran mentre ora Trump gli chiede di fermare non solo le azioni contro Teheran ma anche quelle contro Hezbollah e il Libano.

È ovvio che le autorità iraniane, chiedendo di collegare la propria vicenda a quella del Libano, puntavano a mettere in difficoltà Trump rispetto al grintoso alleato israeliano. Però è chiaro che una soluzione a questa guerra deve poter diventare anche un progetto di pacificazione del Medio Oriente, che oggi ha troppe ferite aperte: Gaza, la Siria, il Libano, lo Yemen, l’Iraq e naturalmente l’Iran, più i blocchi ricorrenti dello Stretto di Hormuz e dello Stretto di Bab al-Mandeb. Bisogna creare un minimo di ordine ed equilibrio, una regione così importante non può essere così tormentata. Anche se c’è sempre chi aspira, invece, al caos: l’attentato islamista al treno nel Pakistan che ha molto lavorato per mediare tra Usa e Iran, purtroppo lo conferma.

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