Via d’uscita dall’Iran, le pressioni di Trump

MONDO. Esiodo giustamente ammoniva che «la hubris trasforma la forza in tracotanza», così Trump ha ascoltato le sirene di un fulmineo trionfo clamoroso e si è consegnato in un vicolo cieco.

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In un susseguirsi di annunci di pace e di ripresa della guerra che creano false aspettative e «montagne russe» sui mercati internazionali , l’unico dato sicuro in Iran è che il precario stallo, interrotto da scaramucce, continua e il miraggio di una pace duratura sembra allontanarsi di giorno in giorno. Ma quali sono i reali termini del puzzle persiano? La percezione che si ricava, corroborata anche dalla obiettiva situazione sul terreno, vede gli iraniani con le carte negoziali migliori.

Gli annunci altalenanti di Trump

Sono dati di fatto lo Stretto di Hormuz saldamente nelle mani iraniane, la minaccia di pesanti ritorsioni militari in grado di colpire infrastrutture essenziali degli Stati del Golfo e la continua operatività delle milizie di Hamas, Hezbollah e Houthi. In più la compattezza del regime a Teheran non è stata scalfita e il tempo sembra giocare a favore delle Guardie Rivoluzionarie. Il Presidente americano mostra segni di evidente nervosismo, passando da minacce di «annichilire la civiltà persiana» e annunci di accordi roboanti in senso pro-americano, per essere subito dopo smentito da laconici comunicati di Teheran.

Il sostegno interno

Il quadro politico entro il quale opera Trump si fa sempre più complicato: i neoconservatori nell’Amministrazione e senatori favorevoli a continuare la guerra e «finire il lavoro» - come Pompeo, Graham e Wicker - lo spingono a decisioni radicali. Al contrario, la base Maga («Rendere di nuovo grande l’America») che ha avuto un ruolo essenziale per la sua rielezione, è visceralmente isolazionista, gli chiede la fine del conflitto e di tornare a occuparsi dei numerosi problemi interni e dell’economia del Paese. Tra «l’incudine e il martello», il tycoon americano deve anche far fronte a un leader israeliano, Netanyahu, e alla potente lobby israeliana che certamente non possono essere soddisfatti della situazione attuale. A Gerusalemme non si è fatto mistero che anche dopo un eventuale accordo bilaterale Washington-Teheran , le operazioni militari israeliane contro Hezbollah continueranno in Libano.

Il ruolo di Israele

Proprio nelle ultime ore si è assistito a un’«escalation» di attacchi devastanti che destabilizzano sempre di più il governo Aoun a Beirut incapace di controllare il proprio territorio con l’esercito nazionale. I nodi sul tavolo negoziale che hanno finora impedito un compromesso sono la riapertura dello Stretto di Hormuz senza condizioni e la gestione delle quantità di uranio arricchito in mano agli iraniani oltre alla possibilità per il regime di poter contare sul nucleare per scopi civili. I pasdaran, ben coscienti degli introiti degli egiziani e dei panamensi derivanti dal passaggio delle navi dal canale di Suez e di Panama, hanno compreso l’importanza economica di nuove entrate. Inoltre la costruzione della bomba nucleare li metterebbe di fatto al riparo da nuovi attacchi esterni. Sulla sponda americana - e soprattutto israeliana - è irrinunciabile privare Teheran di ogni margine in tema di arricchimento dell’uranio ed essenziale evitare che Iran e Oman divengano arbitri imprescindibili sui traffici navali attraverso lo Stretto di Hormuz. Dove si sono incontrate finora le due squadre negoziali? Probabilmente sulle tematiche economiche.

Il pericolo dell’«escalation» militare

Washington è pronta a togliere gradualmente sanzioni articolate nel corso degli ultimi decenni (favorendo anche il libero accesso ai mercati internazionali del petrolio iraniano) oltre a rimuovere il blocco navale. A loro volta gli iraniani potrebbero riaprire il traffico commerciale nello Stretto rimuovendo mine e restrizioni, mettendo al contempo sul tavolo una sospensione temporanea dell’arricchimento dell’uranio e forse una rinuncia di parte degli stocks esistenti. Le logiche esterne che spingono più fortemente Trump a una via di uscita sono impellenti : a) inflazione e turbative nei flussi energetici , b) danni al rapporto Usa-Israele e Paesi del Golfo, c) sfiducia internazionale crescente verso la Casa Bianca , d) test elettorale di novembre. Vi è da sperare che l’inquilino della Casa Bianca , come certi giocatori di poker, non decida di rilanciare ordinando una pericolosissima «escalation» militare e innescando una reazione iraniana in grado di mettere letteralmente in ginocchio le economie (e le società) dei Paesi del Golfo Persico. Il corollario di tutto ciò, tra qualche mese, sarebbe anche una recessione generalizzata in tutti i Paesi occidentali.

*Ex ambasciatore d’Italia in Polonia e nella Repubblica Ceca

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