L’aggressione di Trescore: «In quella diretta il desiderio di diventare virale»

L’ANALISI . Gianluigi Bonanomi, formatore sui temi del digitale: «Si punta all’eccesso, lo schermo come potenziatore». «Telegram strumento opaco, non fa prevenzione».

L’ aggressione di Trescore Balneario era stata anticipata sui social. Il 13enne che, nella mattinata di mercoledì 25 marzo, ha accoltellato la sua professoressa di francese aveva chiarito le sue intenzioni in un gruppo su Telegram, un popolare servizio di messaggistica istantanea. Lo aveva fatto dapprima pubblicando le fotografie delle armi che avrebbe nascosto nello zaino, e poi con un lungo testo – una specie di «manifesto» – dal macabro titolo «The final solution», «La soluzione finale». Il messaggio non lascia dubbi: nelle prime righe, il ragazzo scrive che «sono arrivato alla conclusione che non posso più vivere una vita così. [...] Sono stanco di tutto questo, quindi ho deciso che la soluzione perfetta è prendere la situazione nelle mie mani. Ucciderò la mia insegnante di francese ».

Gianluigi Bonanomi è formatore sui temi del digitale e con i suoi corsi è entrato in diversi istituti della Bergamasca. A lui abbiamo chiesto spiegazioni sul motivo per cui nessuno ha segnalato le intenzioni che il ragazzo aveva condiviso tramite i messaggi su Telegram.

Perché la piattaforma non li ha segnalati alle autorità?

« Perché Telegram non ha un sistema di scansione automatica dei messaggi per prevenire i reati. I contenuti che non rispettano le linee guida possono essere segnalati a posteriori, ma farlo serve a poco. In questo caso, le chat sono state scoperte solo dopo che il video ha iniziato a circolare. Telegram, infatti, interviene solo se riceve segnalazioni su un contenuto pubblico. Non è nulla di sorprendente. Fin dalla sua nascita è stata una piattaforma molto opaca: raramente, anche durante le indagini, le autorità riescono a intervenire sui suoi contenuti. Se un ragazzo pianificasse un attacco su una chat privata o un gruppo ristretto, probabilmente lo sapremmo solo a cose fatte».

Tutte le piattaforme di messaggistica funzionano in questo modo?

«No. Meta, che possiede Facebook, Instagram e Whatsapp, adotta delle regole più stringenti e utilizza dei sistemi di visione artificiale che si chiamano “Convolutional neural network” (Cnn). Questi ultimi controllano tutto, dai testi fino alle immagini e ai singoli fotogrammi dei video. Il monitoraggio avviene durante il caricamento, perciò i contenuti potenzialmente controversi, vengono bloccati ancor prima di essere pubblicati. Il problema è che si tratta di tecnologie imprecise, con tanti falsi positivi e falsi negativi: spesso si sente di opere d’arte bloccate perché mostrano un seno scoperto o di presunte “censure” alle fotografie delle mamme che stanno allattando i propri bebè».

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Il ragazzo ha ripreso e trasmesso in diretta quello che, nelle sue intenzioni, doveva essere un omicidio. Perché?

«Credo che volesse andare oltre l’atto di violenza. Il suo è stato un tentativo di rendere quella violenza “mediatica”: l’ha considerata una performance che poteva dargli esposizione sociale per via della macabra unicità del contenuto. Al di là del movente dell’accoltellamento, credo che ci fosse anche un desiderio di esporsi con un contenuto virale destinato alle piattaforme social. In questi casi, lo schermo agisce sia come un filtro sia come un potenziatore».

Non è il primo caso in cui un evento estremamente violento viene ripreso e trasmesso sui social: crede che sia una specie di «tendenza»?

«Per quanto il ragazzo abbia scritto che non voleva imitare nessuno, credo che un’emulazione, anche inconscia, ci fosse. Esistono piattaforme dove si può trovare una quantità impressionante di video che mostrano ogni tipo di violenza. Non voglio ipotizzare che il ragazzo le frequentasse, ma i loro contenuti, piano piano, si fanno strada anche sui social network tradizionali, tra cui Telegram».

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Da dove nasce il bisogno di riprendere e trasmettere online la violenza?

« Credo che si tratti di una questione legata agli algoritmi. Sui social cerchiamo contenuti fuori dall’ordinario, pur senza scadere nella violenza. Il caso di Trescore Balneario estremizza questa tendenza: un contenuto diverso dagli altri viene percepito come qualcosa che andrà virale. E visto che la quantità di video, testi e immagini presenti sui social è sempre più vasta, si punta all’eccesso.

Lei fa formazione nelle scuole, a volte anche in Bergamasca. Crede che quanto accaduto a Trescore Balneario possa succedere di nuovo?

«Penso che si tratti di un caso più unico che raro. Nei miei incontri non ho incontrato segnali di una sofferenza così profonda e diffusa. Anche confrontandomi con gli insegnanti, nessuno mi ha mai confidato di temere per la propria sicurezza personale. In quindici anni di carriera ho osservato dei casi problematici, questo è certo, ma non ho mai visto avvisaglie di situazioni così gravi».

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