L’Europa e le guerre,
quel vuoto da coprire

Lasciano una strana impressione le immagini di presidenti, premier (presto sarà la volta di Mario Draghi) e ministri europei a Mosca seduti al tavolo di Vladimir Putin o del responsabile degli Esteri Sergej Lavrov per convincerli a non impadronirsi dell’Ucraina. Da un lato questa spola è il segno di un pressing diplomatico plurale lodevole, dall’altro di una grande incompiuta: istituita ufficialmente il 7 febbraio 1992, ad oggi l’Unione europea non ha ancora una politica estera comune, che rafforzerebbe il proprio peso geostrategico nel mondo. Eppure esiste un ruolo, dal nome altisonante, l’Alto rappresentante dell’Ue per gli affari esteri e la politica di sicurezza: ma lo spagnolo Josep Borrell, che ricopre attualmente l’incarico, in questi giorni al Cremlino non si è visto. Così come latita l’Onu, che ha almeno una scusante: nel suo organo decisore, il Consiglio di sicurezza, siede proprio la Russia, con diritto di veto come gli altri quattro Paesi componenti (Francia, Cina, Gran Bretagna e Stati Uniti).

Per altro in Ucraina si combatte già da anni. Nella regione del Donbass dal 2014, quando i separatisti russi dichiararono la nascita delle Repubbliche popolari indipendenti di Doneck e di Lugansk, mai riconosciute dalla comunità internazionale: in otto anni il conflitto ha provocato 14mila morti fra civili e militari e 1,8 milioni di sfollati interni. Dove eravamo? Sempre in quell’anno avvenne l’annessione militare della Crimea alla Federazione russa. Se sono giusti i timori dell’ex Urss di avere la Nato ai propri confini e comprensibili le nostalgie da grande impero, non sono ammissibili acquisizioni con la forza di pezzi di Stati sovrani come l’Ucraina. L’impressione è di assistere a un braccio di ferro: Putin ha schierato le truppe al confine dell’ex Repubblica sovietica, approfittando della debolezza degli Usa dopo il maldestro e precipitoso ritiro dall’Afghanistan. Sono giorni che la Casa Bianca annuncia l’attacco russo come imminente, ma non avviene. Il Cremlino così tiene alta la tensione con l’obiettivo di ottenere la rinuncia o almeno il congelamento dell’allargamento a Est dell’Alleanza atlantica.

Commentatori di politica estera hanno scritto in questi giorni che un eventuale attacco russo su ampia scala contro Kiev segnerebbe il ritorno della guerra in Europa dopo il Secondo conflitto mondiale. Ma le mattanze che hanno distrutto la Jugoslavia dove sono avvenute? A meno che non si vogliano considerare i Balcani Europa, tranne le ridenti nazioni balneari (Croazia e Grecia). Proprio quest’anno ricorrono i 30 anni dall’inizio dell’assedio di Sarajevo, il più lungo nella storia bellica moderna, protrattosi dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Furono uccise 12 mila persone (1.200 bambini) e 60 mila ferite, un abitante su sei colpito dalle montagne circostanti in un indegno tiro al bersaglio sui cittadini intrappolati, anche mentre erano in fila per il pane o per l’acqua. Fu scavato un rudimentale ma salvifico tunnel per permettere di rifornire la capitale bosniaca di generi alimentari e di farmaci. Poi ci fu il genocidio di Srebrenica. Ma ce ne siamo già dimenticati.

Eppure quella parte nefasta di storia europea diceva già qualcosa di utile per l’oggi: a favorire il conflitto fu pure il riconoscimento di Slovenia e Croazia, in ordine sparso e precipitoso, da parte di Stati dell’appena nata Ue. E poi l’impotenza delle Nazioni Unite presenti sul terreno con un mandato di peace keeping, di mantenimento di una pace che si volatilizzò in pochi giorni, e non di peace enforcing, di imposizione della pace. Erano passati appena tre anni dalla caduta del Muro di Berlino e sotto le sue macerie restò anche l’illusione di un mondo liberale in trionfo e finalmente senza più guerre fredde né calde. E invece la storia non ci ha insegnato nulla. Siamo ancora privi, 30 anni dopo, di un nuovo ordine mondiale, in un clima geopolitico di anarchia, con gli Stati Uniti in ritirata più presi dai problemi interni, con le ambizioni militari ed economiche di Cina e Russia che si estendono fino all’Africa. Con il vuoto strategico dell’Occidente e l’immensa difficoltà delle democrazie di imporsi sui poteri illiberali. Eppure l’Europa, disarmata di grandi eserciti ma armata della sua cultura dei diritti, potrebbe addirittura trovare un posto da protagonista nel vuoto: se la politica non si occupa di queste sfide, di cosa si occupa?

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